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Xavier Dolan, canadese, classe 1989, è sicuramente la più giovane promessa del cinema indipendente mondiale. Spesso indaga il rapporto madre-figlio, sviscerandone morbosità e zone d’ombra con una sincerità spiazzante. È quello che accade anche in Mommy, quarto lungometraggio dell’autore, che ricevette il plauso della critica al Festival di Cannes del 2014.

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Come spesso accade ai ragazzi, ciò che è raccontato trascura le sfumature, concentrandosi sul bianco e sul nero. Con questo non intendo dire che ci si trovi di fronte ad un cinema che manchi di spessore, al contrario la regia di Dolan si muove come un pugile sul ring, pronta a menar cazzotti in faccia allo spettatore. Non risparmia nulla, non si preoccupa di mitigare le emozioni consegnandocele grezze e pure, in un certo senso intere.

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Lo stile serve l’intenzione, con un utilizzo sfacciato dei primi piani ravvicinati che ci costringono a guardare da vicino senza vie di fuga, ed un formato di ripresa ancor più stretto di un 4:3. Tutto si concentra, una padella minuscola per un ingrediente esplosivo: il rapporto tra il difficile Steve e sua madre, l’impreparata Diane. L’amore è sempre una miccia che innesca la violenza, come se fosse impossibile dichiararne la forza se non con pessimi risultati ed è una tortura stare a guardare, perché proprio d’amore si tratta, seppur mescolato con l’incapacità e l’impotenza.

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Spiamo dal buco della serratura due animali in gabbia, estranei ad ogni capacità di moderare l’emozione col linguaggio, fino all’arrivo di una vicina di casa balbuziente che sembra sempre sul punto di insegnar loro a parlare. Ma è un tentativo vano, perché anche la sua parola è imperfetta, soccombe al peso di un’urgenza emotiva troppo impellente perché un mezzo così monco possa starle dietro.

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È una tragica sequela di frustazioni e traguardi mancati questo film, se pur per un istante ci par di respirare – tanto che la pellicola ci concede un distensivo momento di gioia in 16:9 – subito si richiude come una tagliola, segando le tibie alla speranza. Non possiamo che guardare e guardare ancora in faccia il fallimento, la tragedia di un amore ricambiato ma impossibile, per assenza di strumenti che ne ordinino le manifestazioni.

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Resta a commuovere il sogno di una vita diversa, pochi fotogrammi a raccogliere la fantasia di ogni madre, che è quella di essere amata certo, ma pure – in fondo – superata, dimenticata. Tra Steve e Diane persiste invece una catena d’oro, che è un dono e una condanna, lega per sempre madre e figlio a una sequela di non detti, confinandoli ognuno al suo posto, che sia una casa spoglia o un manicomio, comunque troppo distanti per un abbraccio che non sfoci in una zuffa, troppo vicini per le parole che un telefono sconfitto confida alla segreteria.

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Il risultato è un intreccio di solitudini, ancor più amare perché non nate dall’indifferenza, ma dal troppo amore.