Cosa portare e cosa buttare di questo 2015 finito da poco più di un mese? Cosa resta dopo il buzz, i click, l’hype? Me lo chiedo sempre più spesso mentre cerco di tenere dritto il timone in un turbinio di messaggi, input, must read, che poi però si perdono tra le mille tab aperte, i nuovi buzz, le cose da fare. Lo stesso discorso vale anche per noi. Me lo ha chiesto un amico durante il cenone dell’ultimo dell’anno, nel bel mezzo di un brindisi, spiazzandomi. Cosa abbiamo fatto che vale la pena tenere? Di cosa possiamo andare fieri nell’anno appena concluso? Matilde Davoli può stare tranquilla, il suo 2015 è targato “I’m calling you from my dreams”, il suo primo disco da solista e non c’è dubbio che è una di quelle cose che si devono portare con sé a lungo. L’ho scoperto colpevolmente tardi, ma è stato amore a primo ascolto. Un disco compatto nella sua eterogeneità, ricco, spaziale ma anche molto terreno, dove la musica riesce a raccontare molto più delle parole. Matilde Davoli ora vive a Londra ma è la Puglia la sua vera casa, è il suono la sua vera mania. Non a caso ha presto deciso di legarsi a lui e di farne, oltre che una passione, un lavoro. Quante ingegnere del suono ci sono in Italia? Potrei azzardare dicendo che ce ne sono pochissime e che si contano sulle dita di una mano (se sbaglio mi corigerete). Lei è una di queste. Qui si racconta.

Cosebelle: Questo è il tuo primo disco come solista. Cosa vuol dire mettere se stessi, in tutto e per tutto in un’opera, senza nemmeno il paracadute di un moniker completamente diverso?
Matilde: «Davoli infatti non è il mio vero cognome, l’ho preso in prestito dalla mia prima band: Studiodavoli. Oggi posso finalmente fare un paragone diretto tra l’essere in una band e avere invece un progetto solista. Tutto cambia, dal modo di comporre musica al tipo di scelte da fare e sopratutto cambiano drasticamente le responsabilità di cui ti devi far carico. Le soddisfazioni però sono tante e sopratutto hai la possibilità di realizzare al cento per cento quello che hai sempre voluto».

Per finanziare il disco sei ricorsa a Musicraiser. Com’è l’hai vissuta? Cosa pensi di questo mezzo?
«L’ho vissuta malissimo, ahah. Il carico emotivo di questa avventura è stato veramente stressante per me. È stata un’esperienza bellissima, per carità, vedere tanta gente sostenerti e aiutarti è una delle cose più gratificanti per un musicista, ma sei sempre lì con la paura di non farcela. È stato così stressante che il primo mese di campagna non riuscivo a dormire. Era la prima volta che mi esponevo in prima persona e in maniera così diretta, e la cosa mi ha creato tanta ansia e imbarazzo, ma avercela fatta è stata una delle gioie più grandi di questo disco».

Nonostante in molti ti abbiano scoperto soltanto nel 2015 grazie a I’m calling you from my dreams, la tua è una storia musicale ricca di esperienze. Quali sono state le tappe che guardandoti indietro ti rendi conto essere state dei turning point?
«Faccio musica da quasi 15 anni, e in quest’arco di tempo ho avuto la fortuna di aver fatto parte sempre di bellissimi progetti musicali e collaborazioni. Nasco con la band Studiodavoli con la quale ho pubblicato i miei primi due dischi, e poi con il mio amico Andrea Mangia (Populous) ho fondato successivamente un altro progetto musicale dal nome Girl With The Gun che è stato attivo fino al 2014. Ho collaborato poi con Giorgio Tuma, Indian Wells e con lo stesso Populous. Diciamo che musicalmente sono attiva da tanto tempo, ma finalmente mi sono decisa a fare qualcosa di totalmente mio… c’è voluto un po’ ma alla fine ho preso coraggio».

Hai collaborato, nei tuoi precedenti progetti, con tuo fratello Gianluca De Rubertis, Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò e Populous, che ha dato vita a uno dei dischi italiani più belli del 2014. Come li hai conosciuti e come sono nate le collaborazioni?
«Beh, Gianluca è mio fratello quindi il progetto Studiodavoli è nato in maniera abbastanza naturale. Populous l’ho conosciuto tantissimi anni fa. Avevamo delle amicizie in comune e lui a un certo punto mi chiese di collaborare in uno dei suoi dischi, da lì siamo diventati amici e insieme abbiamo dato vita al progetto Girl With The Gun.
Con Corrado invece è stato totalmente diverso, lui suona nei Giardini Di Mirò (band che ho conosciuto tanti anni fa nei vari tour con gli Studiodavoli). C’è sempre stato un rapporto di conoscenza con lui, ma niente di più. Mi sorprese infatti la richiesta di cantare un pezzo in uno dei suoi progetti un po’ di anni fa e chiaramente dissi subito di sì».

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Icyfmd è un disco che continuamente oscilla tra un’elettronica a tratti freddamente nordeuropea a delle chitarre che scaldano tutto e ti sparano nella west coast. E poi viceversa. Cosa ti ha ispirato durante la scrittura di questo disco? Quando lo riascolti quali sono le immagini che ti si parano davanti?
«E strano dirlo ma questo disco è stato fortemente ispirato dal sentimento di lontananza da casa (vivo a Londra da quasi 4 anni ormai). Il disco parla di amici, della mia famiglia e di tante persone e luoghi che ho lasciato (temporaneamente) ma che conservo gelosamente nei miei pensieri. Quel distacco da casa mi ha dato allo stesso tempo forza e tristezza e anche per questo mi piace pensare ad “I’m Calling You From My Dreams” come a un disco malinconico ma vigoroso e pieno di coraggio».

C’è una canzone di Icyfmd che preferisci?
«Sì c’è, ce ne sono almeno 3 in realtà, ma se proprio devo sceglierne una ti dico “Tell Me What You See”. Sono estremamente legata a questo pezzo per tanti e dolcissimi motivi».

Quando ho ascoltato il tuo disco mi sono davvero stupita che al primo ascolto mi potesse piacere così tanto. Non per diffidenza, quanto piuttosto perché purtroppo non mi capita (più) spesso. Cosa hai ascoltato e cosa hai letto durante la composizione?
«Tendo ad ascoltare sempre tanta musica, ma ho un debole per la scena canadese e infatti, proprio in quel periodo ho ascoltato tanto il primo disco solista di Kevin Drew (Broken Social Scene) l’ultimo dei Timber Timbre, Chilly Gonzales e il suo “Solo Piano II” e tante altre cose che adesso neanche mi ricordo… Per quanto riguarda la lettura, sono un’appassionata di fantasy e fantascienza, non ricordo precisamente cosa stavo leggendo in quel periodo, ma sicuramente ero immersa in qualche super saga».

Oltre a suonare sul palco fai il lavoro di “regia” nel tuo studio di registrazione. Un lavoro insolito per una donna, soprattuto in Italia. Come è nato questo interesse per i mixer?
«Il lavoro da ingegnere del suono è una conseguenza dell’essere musicista, o per lo meno per me è stato così. Nei miei primi anni di esperienze musicali ho passato veramente tanto tempo in studio di registrazione ed è stato un mondo che mi ha rapito fin da subito. Negli ultimi mesi di produzione dell’ultimo disco degli Studiodavoli io ormai rimanevo in studio a dormire, il divano letto di fronte al mixer era diventata la mia cameretta. Da lì ho cominciato a pensare di poter effettivamente fare il fonico (che, come professione, si adattava perfettamente a quella del musicista), così decisi di studiare e mi iscrissi al Sae a Milano. Una volta diplomata feci un tirocinio all’Alphadept di Bologna con il grandissimo Francesco Donadello (all’epoca batterista dei Giardini di Mirò) e dopo un anno e mezzo decisi di tornare a Lecce e investire un po’ di soldi in quello che oggi è il Sudestudio, una bellissima realtà creata dal mio amico Stefano Manca con cui tutt’ora lavoro e dove oltre a registrare e produrre musica, durante l’estate si organizzano festival essendo lo studio immerso nelle campagne salentine».

Il remix della Davoli della sigla della serie americana Mad Men uscita in una compila di RockIt in free download

Cosa significa per una donna appassionarsi e lavorare con queste strumentazioni? Hai mai dovuto affrontare diffidenze o mansplaining?
«Il mio lavoro è bellissimo, così bello che non mi sento neanche di definirlo lavoro. In Italia non è sempre facile ovviamente, c’è un po’ di diffidenza nel vedere una ragazza alle prese con mixer e microfoni. Le vecchie generazioni sono le più “maschiliste” sotto questo punto di vista e a volte purtroppo anche molto offensive. Ho collezionato un paio di brutte esperienze al riguardo ma fortunatamente questo è un mestiere con cui si ha a che fare sopratutto con giovani ragazzi che hanno solo voglia di fare musica».

Il 2015 è stato decisamente l’anno in cui le donne sono ri-diventate soggetto/oggetto protagonista di discussioni, battaglie, recriminazioni. Tu come ti poni da questo punto di vista? Credi che nel nostro Paese esista un problema di genere che magari in Inghilterra non hai percepito o hai percepito diversamente?
«In Italia sono migliorate tante cose nel mondo femminile, ma se devo fare un paragone con Londra mi rendo conto che ancora c’è un po’ di strada di fare. Non si tratta di diritti conquistati o negati ma solo di mentalità. Guardare in maniera diversa le persone è un retaggio culturale che è molto difficile da superare, ci vuole tempo e buona volontà, ma secondo me siamo sulla buona strada e il ricambio generazionale ci sta aiutando sotto questo punto di vista».

Dalla Puglia ti sei trasferita a Londra. A cosa è servito dal punto di vista lavorativo e artistico? In Icyfmd ci sono dei punti che sono chiaramente figli della Puglia e altri invece della città inglese?
«Non credo che un posto possa fare la differenza. La differenza la fai tu con il tuo modo di ragionare, la tua voglia di fare e i tuoi sogni. Individuare dei momenti precisi all’interno dell’album è un’ impresa tutt’ora impossibile per me. Il disco è il risultato di tante esperienze, ricordi ed emozioni mischiati tra di loro che sinceramente ancora adesso faccio fatica a isolare e razionalizzare».

Londra è ormai la casa di 300mila italiani, soprattutto giovani. Tu perché lo hai fatto e quali sono le differenze per una musicista che vive in Italia e una in Uk?
«Devo dire in tutta sincerità che non sono stata io a scegliere Londra, il mio ragazzo si era trasferito lì per motivi di studio/lavoro e dopo due anni di rapporto a distanza ho deciso di raggiungerlo. In questi quattro anni la percentuale di stranieri ma specialmente di italiani è aumentata in maniera vertiginosa e la città ha perso, almeno per me, un po’ di quel fascino straniero che mi aveva rapito e un po’ “spaventato” all’inizio. Per un musicista vivere a Londra però è sicuramente come essere nel paese dei balocchi. Hai la possibilità di andare a tutti i concerti che hai sempre sognato di vedere e ovviamente sei sollecitato da una quantità di stimoli e di cultura che devo dire è difficilmente paragonabile a quella di qualunque altra città italiana. Come in tutte le cose ci sono tanti pro ma anche tanti contro, perciò posso sicuramente dire che anche in Italia si sta bene ma per altri motivi, e non sono pochi».

Valigia-tour. Cosa porti sempre con te?
«Ci sono due cose che mi porto sempre dietro: un libro e l’asciuga capelli. Ho sempre il terrore di arrivare in un albergo che n’è sprovvisto».

Qual è il capo, l’accessorio che più ami e che magari collezioni o accumuli con maggiore facilità?
«Io sono una di quelle persone che va a fasi. C’e stata la fase dei cappelli, poi quella dei guanti, delle giacche, degli infradito… adesso sono nella fase pantaloncini».

Un disco che ami particolamente.
«“Kind Of Blue” di Miles Davis».

Una cosa bella.
«Il mare a settembre».