A quanti, intervistandola, continuano a soffermarsi sul suo essere mamma (separata) di tre maschi, ma anche architetto di fama, Cini Boeri ricorda alcuni episodi della sua vita: la volta in cui Vittorio Gregotti, nel passarle la parola in un’occasione pubblica, la presentò come la “signora Boeri” anziché con il titolo professionale o quando Giò Ponti, presso il cui studio svolse un tirocinio negli anni Cinquanta, la invitò a rivedere quella scelta, prospettandole come alternativa un futuro da pittrice. Sono trascorsi 65 anni dalla laurea dell’architetto Boeri al Politecnico di Milano –nel 1951 furono in tre le donne a conseguirla nel prestigioso ateneo – ma la questione di genere resta un’icona della professione. E non solo in Italia.

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Correva l’anno 1975 quando Monica Pidgeon, direttrice AD – Architectural Design, scelse di dedicare il numero di agosto della rivista al tema “Women in Architecture”. La copertina passò alla storia

Non sembrano riusciti a demolirla neppure i dati che attestano come la presenza femminile nel settore architettura è in continua crescita, con la parità numerica ormai non più così utopica: sono donne oltre il 40% degli architetti italiani (anno di rilevamento, 2010). C’è chi, come l’ADA- Associazione Donne Architetto, nel descrivere la fase attuale si esprime in termini di “processo di femminizzazione” della professione, insistendo però su alcuni fattori di rallentamento nel naturale sviluppo dell’ iter. In primis, c’è il divario economico con i colleghi maschi; riportiamo integramente dal sito: “Il guadagno mensile netto dei giovani laureati in architettura dopo 5 anni dal conseguimento del titolo è mediamente circa un quarto maggiore per i maschi, il 23% su base annua”. Si registrano inoltre una tendenza all’abbandono, più forte nella fascia 40/45 anni probabilmente in nome delle necessità della famiglia, vari episodi di discriminazioni sessuali e la pressoché costante difficoltà a far valere il proprio ruolo, specie in cantiere o nelle fasi di produzione. Eppure, quando ci sediamo su un nuovo divano, quando passiamo del tempo nel nostro locale del cuore, quando visitiamo una mostra, quando entriamo in un albergo, quando scegliamo la cucina per la nostra casa o in decine di altri casi, analoghi e quotidiani, non ci interessa sapere se a firmare un certo progetto sia stato un uomo o una donna (e spesso veniamo a conoscenza del nome solo nel caso di un/un’archistar): apprezziamo la piacevolezza di uno spazio o un prodotto oppure lo denigriamo per le sue qualità intrinseche, per la sua funzionalità e per la sua bellezza. Semplice, come considerarci tutti sul medesimo piano, maschi e femmine. O no?

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“The 10 Most Overlooked Women in Architecture History” secondo Archdaily; tra loro anche l’italiana Lina Bo Bardi, la seconda da sinistra nella riga centrale della composizione

In questi (cinque!) anni su Cosebelle, ho scelto di destinare una parte dei miei articoli alle donne architetto e designer d’Italia: desideravo conoscere chi sono, cosa progettano, come lavorano, quali risorse hanno messo in campo per contrastare la crisi economica post 2008. Non si è trattato di una ricognizione condotta con metodo scientifico, non era del resto questo il suo intento, ma di un’osservazione informale e ravvicinata raramente presente sulla stampa di settore (chi ha voglia di saperne di più trova le interviste di questa serie qui). Adesso però è tempo di fare sul serio. E anche tutte le altre donne architetto d’Italia sono invitate a rispondere all’appello.

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La crescita del numero dei partecipanti al sondaggio annuale WIA-Women in Architecture promosso, a partire dal 2012, dalla rivista The Architectural Review

Correva l’anno 1975 quando Monica Pidgeon, direttrice di AD – Architectural Design, scelse di dedicare il numero di agosto della sua rivista al tema “Women in Architecture”. Per l’occasione aveva raccolto le opinioni e i progetti di 100 donne architetto; a tutte aveva posto, tramite lettera, le medesime domande: What can women contribute that men can’t (and vice versa)? And what are the advantages or a disadvantages of being a woman in architecture? Il 22 gennaio scorso l’indagine è ripartita su scala internazionale: sarà pubblicata in un nuovo numero monografico, in programma per il 2017, realizzato in collaborazione con AA–Architecture Association di Londra. Sarà un modo per capire l’orientamento della professione nel mondo, ma anche un’occasione per ricordare i cent’anni dall’iscrizione delle prime quattro studentesse all’AA. “There are still not enough women in architecture and your help in responding to this survey will help gain a greater understanding of the issues.” Insomma, ancora una volta partecipare per conoscerci e, c’è da sperarlo, intervenire sulle questioni più calde. Sono sufficienti -davvero!- 10 minuti per partecipare al sondaggio online, disponibile anche in italiano. E resta attivo, ancora per tutta la giornata odierna, anche il survey proposto, per il quinto anno consecutivo, da The Architectural Review.

Forze donne architetto, it’s up to us!