Sedute sul divano del talk americano The Late Show With Stephen Colbert, tre donne col volto coperto da maschere di gorilla ci informano sullo stato di salute dell’arte contemporanea. Quelle che sto guardando e ascoltando in questo momento sono tre membri del collettivo femminista di artiste e attiviste Guerrilla Girls, che in meno di quindici minuti dipingono un ritratto realistico e dai toni plumbei dello stato dei lavori nel sistema arte contemporanea. Ancora oggi, dove sono le donne?

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Poco prima di Natale abbiamo fatto quattro chiacchiere virtuali con le Guerrilla Girls, un collettivo di artiste femministe nato a New York nel 1985. Tra i loro obiettivi portare l’attenzione su alcuni enormi problemi che l’arte contemporanea continua ad avere, come l’includere differenze e minoranze e l’enorme difficoltà delle stesse donne ad essere adeguatamente rappresentate nel sistema. Una diagnosi preoccupante: l’arte contemporanea così com’è continua ad essere l’espressione del potere dominante, in cui resta poco spazio per le altre realtà. E dal momento che chi detiene potere e denaro, decide a propria discrezione cosa verrà mostrato nei musei e cosa resterà fuori, ciò comporta che il gusto di un’intera epoca non sia che il riflesso del gusto di poche decine di persone, che decidono per tutti noi. Niente di nuovo sotto il sole, sembrerebbe.


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Campagne affissioni di enormi dimensioni, proiezioni più o meno legali, volantinaggio estremo: queste alcune delle strade che le Guerrilla Girls hanno percorso dal giorno uno. La loro identità individuale è sempre rimasta segreta, infatti i loro nomi “di battaglia” suonano come Frida Kahlo, Gertrude Stein, Tina Modotti, Kathe Kollwitz. E nel corso degli anni numerose artiste, anche celebri, si sono date il cambio all’interno del gruppo. Abbiamo parlato con loro riguardo una questione che ai meno attenti sembrerebbe già risolta ormai da decenni: le disparità di genere nell’arte contemporanea. Come se le arti visive e in generale il mondo dell’arte fossero delle zone franche nelle dispute sull’ineguaglianza. Come se i problemi che paralizzano la società e gli altri aspetti della cultura contemporanea, siano stati da tempo superati nell’arte. Come se questa invece non riflettesse esattamente la società che la produce, in quanto espressione delle medesime disuguaglianze e contraddizioni, di cui porta l’inevitabile marchio a fuoco e però allo stesso tempo, per sua stessa natura, sa farsi portavoce.

Nel 1985 i principali musei americani ospitavano zero solo show di artiste donne, a eccezione del MoMa che ne aveva uno. Cosa è cambiato da allora? Avevamo girato la domanda alle Guerrilla Girls. Oggi, più di trent’anni dopo, quegli stessi musei riportano soltanto un solo show di artiste donne, e due per il MoMa. Cosa ci dicono questi numeri? Più che dire, strillano forte nelle orecchie che oggi come allora, e come tre o quattro secoli fa la storia dell’arte è ancora la storia di una parte del mondo, sempre la stessa: quella che detiene il potere e la ricchezza.

“Fino a che tutte le voci saranno rappresentate all’interno dell’arte” dice Kathe Kollwitz dal divano del Late Nite Show “allora quella non è storia dell’arte, ma è ancora storia del potere”.

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COSEBELLE: “Le Guerrilla Girls pensano che il mondo abbia bisogno di una nuova arma: The Estrogen Bomb”. Questa frase è comparsa su un celebre poster di una campagna del 2003, in cui affiancava l’immagine di un’enorme missile/pillolone in procinto di collidere con la Terra. C’è qualche possibilità che la famosa bomba di estrogeni precipiti sul nostro pianeta nel prossimo futuro?
KATHE KOLLWITZ, GUERRILLA GIRLS: Uhm, no. Ma siamo fermamente convinte che tutti dovrebbero usare “the F word” – la parola Femminismo. E’ assurdo che così tante persone che credono nei capisaldi del Femminismo – ovvero i diritti umani, tra cui l’educazione per tutte le donne nel mondo, la garanzia di diritti riproduttivi, la libertà dall’abuso sessuale e dallo sfruttamento – ancora oggi si guardano bene dal definirsi femministe/i. I diritti civili, i diritti delle donne, delle lesbiche, dei gay, delle/dei bisessuali, transgender e i diritti della comunità queer sono i grandi movimenti per i diritti umani del nostro tempo. Il Femminismo non ha il rispetto che merita, eppure sta cambiando il mondo, sta rivoluzionando il pensiero. E sta dando a molte donne in tutto il mondo una vita che le loro nonne non avrebbero nemmeno saputo immaginare. Anche le Nazioni più repressive hanno le loro femministe, che con coraggio alzano la voce, o lavorano silenziosamente lontano dai riflettori.

CB: Parlaci delle vostre ultime azioni e proteste, dove hanno auto luogo e qual era il focus?
GG: L’enorme disparità di reddito tra i pochi al potere e tutti gli altri sta letteralmente uccidendo la nostra cultura e la nostra stessa società. Abbiamo realizzato una street campaign focalizzata sull’arte, sui miliardari e sull’iniqua distribuzione del reddito e del potere, tappezzando di adesivi l’intera città di New York durante il nostro trentesimo compleanno lo scorso maggio, e abbiamo realizzato una proiezione non autorizzata sulla facciata del nuovo edificio del Whitney Museum (grazie al collettivo Illuminator), durante la serata di inaugurazione. Abbiamo poi allestito una mostra temporanea all’Abron Arts Center di New York, in cui c’erano quasi tutti i lavori delle Guerrilla Girls dal 1985 ad oggi: poster e banner di grandi dimensioni, sulla discriminazione, il femminismo, la politica, l’arte, il cinema e la cultura pop. Lettere d’amore e mail piene di odio che abbiamo ricevuto nel tempo, video che mostrano i nostri lavori in diverse città del mondo. C’è stata anche una forte componente interattiva, e le persone durante la mostra potevano inviarci dei messaggi diretti. Lo scorso 15 maggio, appena prima della fine del nostro show, abbiamo dato una festa per i nostri trent’anni, completa di birra, torta e dj. A questa festa sono venute centinaia di persone, ed è stata per noi una grossa conferma dell’importanza delle nostre “lamentele creative”.

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CB: C’è qualcosa che trent’anni fa, quando le Guerrilla Girls hanno iniziato, non esisteva affatto: i social network e i social media. Queste realtà hanno un impatto sulle dinamiche delle vostre attività e dei vostri interventi? Influiscono sul modo in cui li comunicate e ovviamente sulle modalità in cui entrate in contatto con le persone che vi supportano?
GG: Abbiamo raggiunto nel tempo più di 80.000 e passa fan su Facebook, e diverse migliaia su Instagram [] e Twitter. Tuttora riceviamo grosse quantità di email e posta ogni anno, ed è fondamentale per noi e per ciò che facciamo avere un riscontro continuo da chi ci supporta, dunque cerchiamo [l’interazione] in ogni modo, nel cyberspazio e di persona, durante i nostri talk e workshop.

CB: 1985 – 2015, trent’anni di attività come collettivo è un compleanno importante. Se le Guerrilla Girls potessero esprimere un desiderio di compleanno, quale sarebbe in questo momento?
GG: Più di 55 artiste negli anni si sono avvicendate come membri delle GG, alcune per qualche settimana, altre per decenni. Abbiamo sempre lavorato come collettivo nello stesso modo: ci focalizziamo su un problema per volta e cerchiamo di capire ciò che riusciamo a portare a termine. Abbiamo nel tempo sviluppato un modo del tutto nuovo di fare arte politica, che ha il potere di cambiare il pensiero delle persone. I nostri progetti per il futuro sono gli stessi degli scorsi trent’anni: cercare di approfondire ed estendere la nostra critica e continuare a fare pressione sul mondo dell’arte, della cultura e della politica affinché diventino più aperti e inclusivi nei confronti delle differenze.

CB: Cosa dobbiamo aspettarci dalle GG nel prossimo futuro? Qualche aggiornamento sui vostri progetti imminenti sarà più che benvenuto!
GG: A breve, The Guerrilla Girls Twin Cities Takeover da gennaio a marzo 2016: realizzeremo proiezioni sulle vetrine di negozi e diverse mostre, incluse una al Walker Art Center e al Minneapolis Institute of Art. Più in là nel 2016 saremo in Europa per un intervento al Ludwig Museum di Colonia, per una residenza artistica di stampo attivista alla Tate Modern di Londra, e a seguire una mostra a Parigi in collaborazione con il collettivo femminista francese Le Barbe. Più una serie di altri progetti segreti di cui non possiamo parlare.

Insomma, la domanda del 1985 resta ancora valida, e allora facciamola tutte/i insieme ad alta voce: DO WOMEN HAVE TO BE NAKED TO GET INTO THE MET. MUSEUM?

[Fonte immagini: www.guerrillagirls.com]

-ENGLISH TEXT-
CB: “The Guerrilla Girls think the world needs a new weapon: The estrogen bomb”. This statement was featured in a famous poster in 2003 (updated in 2012), with the picture of a massive pill/rocket very close to hitting the Earth. Do you believe there’s any chance that it will hit our Planet in the very next future?
GG:
Umm, no, but we think everyone should use the F word – Feminism. It’s crazy that so many people who believe in the tenets of feminism — human rights including education for women worldwide, reproductive rights, freedom from sexual abuse and exploitation — still stop short of calling themselves feminists. Civil rights, women’s rights, lesbian, gay, bi sexual, transgender and queer rights are the great human rights movements of our time. Feminism doesn’t get the respect it deserves, but it’s changing the world, revolutionizing human thought and giving many females lives their great grandmothers could never have imagined. Even the most repressive nations in the world have feminists, bravely speaking up or quietly working behind the scenes.

CB: Can you talk about your last intervention or exhibition? Where and what was it about?
GG: The huge income disparity between the few at the top and everyone else is killing our culture, but also our society. We did a street campaign about art, billionaires and income inequality, putting up stickers all over New York during our 30th birthday celebration last May, and did a stealth projection (with the Illuminator collective) on the façade of the new Whitney Museum building on the night it opened to the public. We also had a pop-up exhibition at Abrons Arts Center in New York. Almost all Guerrilla Girls’ work from 1985-2015 was on display: posters, and large scale banners about discrimination, feminism, politics, art, film, and pop culture; love letters and hate mail we’ve received; video of our Whitney projection and our work on the streets of cities all over the world. There was also an interactive component to the Abrons show where people could send us messages. On May 15, right before the end of the show, we had a big 30th birthday party with beer, cake, and a DJ. Hundreds of people came. It was a great affirmation of the importance of our creative complaining. Oh, a couple more recent actions. We did a billboard about Iceland’s film industry in Reykjavik, and appeared in Sarajevo at Pitchwise, a feminist festival.

CB: There is something that didn’t exist 30 years ago, when GG started: social media platforms. Do social media affect in any way the dynamic of your activities and interventions, how you communicate and of course the relationship with people who support you? And which one do you find the most suitable to engage with your followers?
GG: We have over 80,000 fans and counting on Facebook and thousands and thousands on Twitter and Instagram. We still get tons of emails each year, too. It’s so important to us to hear from our supporters and we do it in all ways —in cyberspace and in person at our talks and workshops.

CB: Guerrilla Girls turned 30 in 2015, an important birthday. If Guerrilla Girls should make a 30th birthday wish, what would it be?
GG: Over 55 artists have been members of the Guerrilla Girls, some for weeks, some for years, some for decades. We’ve always worked as a collective the same way: we just take on one issue after another and see what we can make of it. We have developed a game-changing way of doing political art that has the power to change people’s minds. Our plan for the future is the same as our plan for the last 30 years: try to deepen and extend our critique, and keep pressuring the worlds of art, culture and politics to be more diverse.

CB: What can we expect from GG in the very next future? Any update on your upcoming exhibition and interventions are very welcome!
GG: Next up: The Guerrilla Girls Twin Cities Takeover from January to March 2016. We’ll be doing projections in storefronts and exhibiitons at museums including the Walker Art Center and the Minneapolis Institute of Art. Later in the year we’ll be doing an intervention at the Ludwig Museum in Cologne, a participatory activist residency at Tate Modern, London, and an exhibiiton with the French feminist group La Barbe in Paris. Pus more stealth projects that we can’t talk about.