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The Revenant è un film di pura azione. Ricorda un tempo in cui l’uomo era un verbo declinato all’attivo, un imperativo senza via di scampo: corri, nuota, nasconditi, spara, mangia, copriti, scappa, uccidi, dormi, bevi. Vivi o muori. Ci sono dunque gli uomini, tutti tesi alla sopravvivenza, vicinissimi agli animali, e c’è la natura, un grandioso sfondo di ostile bellezza. La natura è gelida e distante, statuaria e immobile, in perenne attesa che gli eventi si compiano senza intaccarne i contorni, lasciando non di più di un’impronta sulla neve, presto ricoperta, un increspatura in un torrente che è già dimenticata.

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La natura è l’oblio, l’umano il disperato tentativo di una resistenza impossibile. In questo campo di battaglia, Inàrritu distingue due tipi di uomini: i nativi americani, un tutt’uno con il paesaggio, alleati del vento e delle erbe selvatiche e gli Occidentali, impegnati dall’alba dei tempi a trasformare la natura – sellate i cavalli, scuoiate le bestie – in qualcosa di domestico e utile. Tra loro c’è un uomo con un animo meticcio: ha mischiato il suo seme con quello degli indiani, crescendo un figlio mezzosangue. Come gli indiani conosce le strade e rispetta il paesaggio, come gli Occidentali ha uno scopo. Quello scopo è suo figlio, strappato dal fuoco di un’imboscata yankee, proprio lì dove la madre giace per sempre freddata da un colpo alla schiena.

THE REVENANT

Il pericolo è ovunque: una pioggia di frecce dal cielo, mercenari che non hanno nulla da perdere, bestie che, proprio come lui, cercano di strappare i propri cuccioli da un destino infame. Tutti sono pronti a tutto. In questi mondi che si incrociano pur senza sfiorarsi se non nella lotta, si fanno largo due visioni: il retaggio di un mondo antico, con il suo codice d’onore, giusto e sbagliato separati per bene da una linea rossa; e l’affacciarsi di un uomo nuovo, moderno in una certa misura, per il quale il sovrannaturale non esiste, tutto è concesso purché si resti a questo mondo, qui e ora dove nulla esiste se non ciò che si può mangiare, catturare o uccidere.

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Il vecchio mondo, Di Caprio/Glass, gli indiani, le frecce, i cavalli. Il nuovo mondo, Tom Hardy/Fitzgerald, i mercenari, i fucili, i coltelli. Due visioni che si contendono lo spazio e in mezzo la natura come visione. Inàrritu passa da Birdman, travolgente carosello della vita come teatro a The Revenant messinscena simbolica del teatro della vita, con tutti i suoi archetipi. Ma badate bene: a chi lo taccerà di presunzione nello sfoggio di panorami, sogni e sangue prego di ricordare che ciò che il regista vuol far trapelare non è il gesto atletico di Di Caprio, né il realismo della mise-en-scène portato fino allo stremo, ma il messaggio, anzi i messaggi. In due occasioni Inarritu ci mostra la lente della steadycam, come a dire “Ragazzi, questo è un film”. La prima volta è l’alito di Glass che appanna il vetro, la seconda volta uno schizzo di sangue di Fitzgerald.

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Vi assicuro che a un regista come Inarritu non sfugge un dettaglio del genere. L’alito e il sangue ci chiamano in causa, ci dicono:”tu, tu che guardi mi ascolti, ti ricordi, chi sei, chi sei tra i due l’indiano o il cowboy, l’empio o l’uomo di fede, lo spirito o il corpo?”. Dunque i messaggi: in prima istanza un’attenzione direi da gentiluomo nei confronti delle minoranze: l’indiano esce dal cliché del “buon selvaggio”. È sanguinario, è spietato, ma delicatamente, quasi in punta di piedi espone la sua giustificazione: “voi ci avete rubato tutto”, bisbiglia il capo, senza dire niente di nuovo ed è così che in una scena secondaria senza i protagonisti di mezzo, appare la verità. Quella frase, insieme al cartello appeso al collo dell’indiano impiccato – “Siamo tutti dei selvaggi” – mi farà vergognare d’essere occidentale per sempre.

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La motivazione di Glass. Molti diranno che non è umanamente possibile resistere ad un tale calvario. Molti diranno che con quelle temperature, con quelle ferite chiunque sarebbe morto in un giorno. Forse è vero ma non è importante. Il film mostra come si possa vivere per un ideale, come si possa, si debba anzi trovare il proprio scopo. Quale esso sia non è importante. A pensarci bene quello di Glass non è neppure uno dei più nobili: un’implacabile sete di vendetta e null’altro. Fino alla rivelazione, potente e letale per Glass (ma ancor più potente per il regista) che “la vendetta è nelle mani di Dio”.

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Che soccomba dunque chi non conosce il suo télos, chi mette un passo avanti all’altro solo per spirito di sopravvivenza, chi non assaggia la neve, chi non ringrazia un cavallo che muore per noi, chi non rispetta il diverso, chi irride l’amore, chi non conosce onore. Insomma che si prenda le sue colpe l’uomo moderno, pure quando va al cinema con lo spirito del conquistador, sentendosi superiore ancor prima d’entrare, senza umiltà, senza stupore.