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Se i film avessero un colore Macbeth – nella versione di Justin Kurzel – sarebbe rosso. Rosso del sangue versato da innocenti e colpevoli, rosso della nebbia che vela lo sguardo dell’assassino, rosso del fuoco che arde anime e corpi, stretti nella resa ad un potere che s’impone per mezzo della spada o della follia.

Where's Mel? Michael Fassbender gets to work in Macbeth.

All’inizio vi è solo la guerra e l’onore dei valorosi sospesi in un fermo immagine, che pare un dipinto olandese, un attimo prima dello scontro. Il boato è disumano, la paura si tocca, si fa più blu del blu degli occhi rivolti per sempre al cielo muto di un cadavere ragazzino. Macbeth sa distinguere il bene dal male: sigilla gli occhi azzurri con le pietre. Nel più brutto dei giorni più belli, quello della vittoria, le streghe appaiono come un miraggio nella brughiera. S’annunciano con un tintinnio di campanelli, sussurrano al futuro re che sarà re.

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Il male è suadente, la lingua di donna di Lady Macbeth arma la mano del valoroso. Lady Macbeth parla come una sposa, parla come una madre snaturata, parla come un sofista che gioca con la logica e l’inganna (“Prendi l’aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso”.) No, non è l’amore a mettere in mano a Macbeth il pugnale con cui ucciderà il re nel suo letto. E’ il dubbio, il dubbio che “ciò che è fatto non si può disfare”, che le decisioni del fato sfuggano al nostro controllo, che l’eroe abbia segnata la strada verso l’inferno.

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Fassbender rotea gli occhi e non è più tra noi. Il suo sguardo, lo sguardo di Macbeth è perso per sempre in un mondo popolato di fantasmi, muore nell’istante stesso in cui calca la lama nel petto del re, sorpreso a compiere un atto estraneo alla sua natura (“L’orrore del reale | è nulla contro l’idea dell’orrore. | I miei pensieri, solo virtuali omicidi, | scuotono la mia natura di uomo; | funzione e immaginazione si mescolano; | e nulla è, se non ciò che non è”). Tutto intorno è deserto e vento gelido in una Scozia desolata. I nuovi sudditi non sono che comparse sulla scena di un declino, il re un visionario assetato di sangue al guinzaglio di una sposa luciferina.

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Nulla concede questo cinema che non sia angoscia. Non vi è distrazione, si è come imprigionati nel cervello inceppato del tiranno, col fiato corto come il suo. Il respiro si gonfia un istante per gli spazi aperti di innaturale bellezza, che la natura quando è fotografata nella sua più estrema nudità è capace di regalare. Ma cupa è l’atmosfera, come in procinto di un temporale. Tutto è asciutto e rimanda al volto; semplici i costumi, le scene corali girate in punta di piedi, con una musica tetra a sottolineare che è nella testa che si compie il massacro prima che nei boschi o sulle pire.

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Qualcosa mi riempie. È il preciso sentimento della perdita di senso che incombe, vite buttate per nulla, un potere che si dissangua senza prole, vendette subite e mai godute, e il cielo che si fa beffa di noi. Quant’è umano questo Macbeth, quanto umana è la sua sposa nel ricordarci di temere i nostri stessi desideri, che alcune macchie non si tolgono dalle mani per quanto impunite possano restare. La colpa, sì, la colpa infetta le cellule come un cancro e non si può espiare soltanto con la morte (“l’inferno è buio”).

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Ci vuole coraggio a guardare tutto quel rosso che dilaga e invade lo schermo. E non parlo del sangue ma dei fantasmi della mente, uguali ancora oggi a quelli di 400 anni fa. E se riuscite a fissarli, grazie al lavoro magistrale degli interpreti, vi sentirete scossi come loro. Crederete a questo Macbeth, alla trasfigurazione del suo cuore in una bomba a mano, crederete alla sua sposa, al suo volto innocente, maschera di un potere deviato, crederete ai sudditi, che soccombono alla paura con l’odio nel cuore, crederete ai giusti che perdono più di quanto potranno mai guadagnare, crederete persino ai fantasmi, in particolare a Shakespeare che ci parla ancora dallo schermo di un cinema tinto di rosso. Sussurra:

Consumati, consumati, corta candela! | La vita è un’ombra che cammina, un povero attore | che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco | e poi non se ne sa più niente. È un racconto | narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, | significante niente.

Non lo sentite anche voi?