Le reinterpretazioni sono una gran cosabella e chi le mette in atto ha una vena artistica. E’ facile eccellere seguendo il seminato, basta mantenere l’equilibrio. Il discorso è molto diverso quando invece si scelgono percorsi inesplorati, pendii scoscesi o abissi bui, bisogna tentare di non cadere impegnandosi a fare la differenza.

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Nel vino questa legge si fa sentire più che in altri ambiti. Ci sono vitigni che la storia ha cristallizzato in winestyle specifici, vitigni che hanno cuciti addosso i tratti della tipicità e, naturalmente, sfociano in vini con un certo carattere. Rispettando queste linee guida non si sbaglia e si porta la competizione sulle sfumature. Pensate ad un Barolo, ad un Brunello di Montalcino, ad un Marsala o ad un Prosecco. Li state assaporando? Le vostre papille sono pronte, sanno cosa aspettarsi. Ecco, fate tabula rasa, pensate ad una nuova interpretazione. Un nebbiolo coltivato negli 11 comuni dell’area di Barolo dolce, con note acide, rimandi agrumati e di cioccolato o, perché no, vinificato in bianco; un Prosecco fermo, abboccato, un Brunello spumantizzato, un Marsala secco e austero… Delirio, pazzia, blasfemia. Questo direbbe il comune sentire, inorridito. Eppure osando si possono raggiungere vette, picchi goduriosi. Certo lo scivolone epico è dietro l’angolo e abbandonare un filone consolidato e commercialmente solido è un grosso rischio, ma senza la sperimentazione l’innovazione ammuffirebbe in panchina.
Siete pronti ad osare? Vi presento Enigma, un esperimento enologico che sfida la tipicità e che mi ha completamente conquistata.

Enigma

Il nome è foriero dell’esperienza che offre questo nettare. L’ho scoperto grazie ad un amico cittadino del mondo, da sempre a caccia di perle rare. Ero a cena da lui (una cena etnica con obbligo di look a tema, dove come al solito, solo io mi sono presentata bardata da nativa indiana con persino le mutande inneggianti a Ganesh e un tatuaggio ad hoc) quando mi ha proposto questo nettare bianco. L’etichetta è sibillina, non dichiara il vitigno ma, umilmente, lo presenta come VINO BIANCO. Il design è moderno, accattivante e decisamente intrigante. E’ come un uomo non particolarmente attraente, poco abbellito (non parliamo di denominazioni o indicazioni tipiche) ma che sa catturare l’attenzione con magnetismo, con incandescenza naturale. Scopriamolo: colore intenso, giallo dorato come i monili di Cleopatra, brilla nel bicchiere mostrando, come un pavone, riflessi verdognoli. Al naso è una vera esplosione aromatica, invita a provare e riprovare con smania. Le note agrumate saltano in testa ammorbidite da un bouquet unico di erbe aromatiche guidate dalla salvia, fiori freschi e frutti bianchi polposi. In sottofondo domina il miele accompagnato da un’insolita mentuccia selvatica che dona quel brio caraibico proprio dei mojito. Mi intriga, mi inebria, mi fa sentire in vacanza. Che vino è? Ricorda i grandi bianchi aromatici, il Sauvignon, il Traminer, il Ribolla Gialla ma ha un carattere diverso, più insolito. Assaggiamo. I profumi si fanno liquidi. L’intensità aromatica domina ma è ben equilibrata, per niente stucchevole, intensa. Grande freschezza, come se ci si tuffasse in una vasca da bagno piena di fiori e frutti, invade ogni poro e fa vibrare i sensi. Il finale è piacevolmente sapido e lungo, chiama un altro sorso, inesorabile. Wow. Ma quale uva sarà alla base di questa creatura? Un uvaggio? Un vitigno nuovo o un autoctono ritrovato? Mi arrovello senza posa ma non riesco a ritrovare il bandolo della matassa. Passata la serata, da vera investigatrice, contatto la cantina 499 (nome insolito che identifica l’altezza della cantina sul livello del mare) di Camo, la madre di Enigma. La scoperta è sensazionale. Trattasi di Moscato, l’oro delle Langhe, il vitigno che, in questa zona, dà vita al Moscato d’Asti DOCG e all’Asti DOCG vini blasonati famosi in tutto il mondo.

La scoperta ha dell’incredibile per due motivi. In primis il moscato è un vitigno estremamente aromatico che dà i natali a due prodotti tipici il cui tratto distintivo è la dolcezza. L’uva fermenta una volta nel moscato e due volte nell’Asti e crea prodotti molto abboccati, estremamente aromatici, partner ideali dei dessert e del fine pasto. In secondo luogo quest’uva è una vera ricchezza, ha un’eccellente quotazione e rende molto (scherzosamente si dice che i viticoltori di questa zona utilizzano i moscadollari come moneta di scambio!).

Moscato d'Asti

Moscato su vite

Ecco completato il quadro, non solo 499 ha stravolto i connotati di un moscato tipico e blasonato, rendendolo secco e aprendolo a un’infinità di abbinamenti gastronomici ma ha anche rinunciato ad introiti facili di questa DOCG per osare. Il risultato è da brivido, Enigma non ha nulla da invidiare ai grandi bianchi aromatici, anzi può stenderli tutti grazie al suo equilibrio che lo rende un secco di carattere con anima aromatica. Lo paragonerei ad un adulatore che sa come dosare il proprio eau de parfum: lo senti, appena ti avvicini, ti solletica le narici e ti intriga, inebriandoti ed attaccandosi all’anima, per riproporsi quando non sarai più con lui.
Esperimento assolutamente riuscito, dico bravi ai ragazzi dell’azienda 499, continuate ad esplorare, io sono pronta a gustare. E anche voi, vero?