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Magari molti non se ne sono accorti, ma per l’intero weekend e oggi il nostro sito è rimasto fermo. Oggi, ironia della sorte, dovevamo parlare di un bel locale a Parigi e di altre cose che oggi, per come stiamo, stridono con quello che leggiamo nel newsfeed della Francia.

Da venerdì sera per noi, per me, è scesa una sorta di cappa irreale. Tutto quello che viene fatto, trasmesso sembra quasi offensivo. Ha acquisito un peso diverso, come se fossimo sbarcati in un pianeta nuovo, dove la forza di gravità segue delle regole differenti.
Nel frattempo, attorno a noi, c’è chi inneggia al complotto, chi si indigna perché non pensiamo alle stragi “altre”, c’è chi continua a mettere hashtag ebeti alle proprie foto su Instagram, chi vuole chiudere tutto, chi non vuole chiudere niente.
Mi si perdonerà se sento più sulla mia pelle una strage come questa. Perché è accaduta in una città che conosco, in cui ho vissuto, dove vivono delle persone a me care. Perché è accaduto a delle persone che stavano facendo esattamente quello che stavo facendo io a mille chilometri di distanza e che tante volte ho fatto proprio lì. Perché andare a un concerto il venerdì sera è una cosa che faccio spessissimo e che stavo facendo anche quella sera. La similarità, la vicinanza, crea una compassione, un’empatia differente. E se questo sembra strano, se basta per indignarsi, a chi ipotizzo viva ogni giorno con il lutto al braccio per dimostrare la propria vicinanza a qualsiasi lutto del mondo, non mi interessa granché.
I punti esclamativi da venerdì sera sembrano punteruoli. Soprattutto qui, nel web, dove invece da sempre il peso delle parole, delle opinioni, è più leggero. Ci si offende più facilmente, si minacciano degli sconosciuti, si ritaglia l’identikit dell’altro sulla base dei suoi mi piace.
Leggo di tante persone che hanno approfittato per “ripulire” la propria timeline rimuovendo amici più o meno veri che inneggiavano alla pizia Fallaci o ai false flag complottistici. E anche questa voglia di smarcarsi mi sembra sguaiata, nonostante lo fossero molto di più le opinioni tanto al chilo che già dopo tre minuti il Salvini aveva propagato a social unificati.
Al di là dell’avere paura, del cordoglio per i morti, dell’insensatezza del tutto, quello che più guardo con sgomento è la qualità dell’informazione via social, e non solo quella. Può questa occasione essere buona per superare il concorrente a suon di viralità? Possono uscire notizie non verificate, gonfiate, ricolme di CONDIVIDI? Può un attacco come quello di Parigi essere trattato come sempre oggi viene trattato tutto? Perché per il pubblico della domenica pomeriggio le stragi di Parigi devono essere trattate allo stesso modo – e dalle stesse persone – della fedina penale di Corona? Social media manager devono pubblicare qualcosa per continuare lo storytelling del brand, meglio se in linea con l’attualità. I contenuti! Una sedia in un terrazzino vista Tour Eiffel può andar bene. Continuiamo a ripeterci che non dobbiamo avere paura, che la vittoria dei terroristi sarà completa quando metteremo in dubbio le nostre abitudini quotidiane e i nostri valori. Che non dobbiamo cambiare, nonostante davanti a tanta crudeltà sia difficile restare indenni.

Se c’è qualcosa che può cambiare, a causa di questa ferita, è lo stare online, che sempre più spesso sconfina nel modo di comunicare nella vita vera e in televisione. I social media hanno travolto l’informazione che, quasi sempre impreparata, ha reagito come ha potuto. Spesso seguendo l’onda, affiancando gattini alle breaking news. Il click baiting come regola aurea dello stare online, del guadagnarci, del lavorarci. Tutto questo non dovrebbe più essere come quello di prima.
Ecco, cambiamolo. Cambiamo il nostro modo di raccontare. Dall’altra parte, iniziamo a pretendere informazioni vere, notizie verificate, parole soppesate, soprattutto se non ancora confermate. E a premiare chi questo lavoro già lo sta facendo.