mariachiara_tirinzoni_00

La maggior parte delle volte succede che te ne stai seduta con i palmi delle mani un po’ umidi a lisciarti le ginocchia, in attesa che chiamino il tuo nome. Piantata fra una mezza dozzina di sconosciuti, pensi a cosa sia più giusto dire, quando arriverà il momento di parlare. Nel frattempo, distribuisci incerti e solidali sorrisi, ti gratti il naso e l’orecchio, pensi ai deodoranti che funzionano e a quelli che no. Poi ti chiamano, ti fanno un cenno con la mano. Allora ti alzi e ti sembra di pesare niente. Pesi niente fino al momento in cui entri nella stanza che ti hanno indicato, richiudi la porta alle tue spalle e cerchi un’altra sedia su cui accomodarti per ricominciare a lisciarti ancora un po’ le ginocchia, i palmi sono ancora più umidi. Tutto bene, fino ad ora. «Sei una grande – ho pensato – hai fatto quindici passi senza indugio. Vai bomba, vai». Pollici molto, molto in alto e pacche immaginarie sulle spalle.
Passano cinque minuti prima che il titolare dell’azienda alla quale mi stavo presentando entri nella stanza dove lo aspetto. Arriva avvolto in una nuvola di profumo da imprenditore. Lo saluto, gli stringo la mano. Lui mi sorride e si siede. A quel punto inizia a farmi delle domande. Mi chiede il mio nome e la mia formazione, poi una breve sintesi delle esperienze accumulate. Sembra persino interessato. Inizio a pensare di andare bene, mi sento dritta come un Intercity senza ritardo, tosta come Maverick prima che gli muoia l’amico durante l’esercitazione in volo, quando all’improvviso mi interrompe.
Mi chiede: «So che non dovrei farti questa domanda, ma te la faccio lo stesso: vuoi avere dei figli?». Per un attimo ho sentito distintamente il pavimento allontanarsi. Poi, quando tutte le piastrelle sono tornate sotto a miei piedi, gli rispondo: «È importante per la valutazione delle mie competenze?» aggiungendo un ampio, immancabile sorriso politico. Mi dice: «Per le competenze no, ma per le tasse sì» con un sorriso politico ancora più grande di quello che gli avevo mollato io.
Il resto del colloquio è scivolato via, non so nemmeno che ho detto. Di certo avevo capito che non mi importava nulla di entrare a far parte di un’azienda il cui titolare mi avrebbe sempre vista come “la ragazza con i pericolosissimi ovuli esplosivi” e, probabilmente, a lui non interessava avere intorno una potenziale sforna-bebè-ruba-mesi-di-maternità-prolungata a tradimento.
Dopo quella domanda non era più necessario andare dritta, non era importante essere entrati nella Top gun dei candidati per quella posizione. Anche lui mi aveva chiesto la stessa cosa che – se hai la fortuna di nascere con una vagina – ti tocca tutti gli anni a Natale più o meno da quando entri a far parte della sacra confraternita della fertilità fino alla temuta quanto bramata setta della menopausa. Questa volta però, a porre il detestabile quesito, non era stata la nonna preoccupata dalla ripopolazione della Terra, la mamma desiderosa di scoprire le gioie dell’essere nonna o la vecchia zia impicciona che dispensa consigli su come potresti cambiare la tua vita disorientata. Questa volta mi era stata posta da un imprenditore che riteneva importante conoscere quali tipi di progetti avevo per il mio apparato riproduttivo. Questa volta ho avuto la fortissima voglia di strapparmi via l’intero utero completo di tube e schiacciargli sulla testa tutte le mie uova non ancora fecondate.
Me ne sono andata pensando che nessuno ha il diritto di farti questa domanda, tantomeno in sede di colloquio lavorativo. E che ci vuole pazienza e coraggio per non perdere la volontà di proseguire dritta come l’intercity di prima quando ti chiedono «Vuoi avere figli?» giocando con sfacciata disinvoltura la carta del “devo sapere che intenzioni riproduttive hai per valutare il tuo profilo e la tua eventuale assunzione”. Non è ammissibile permettere che le competenze e la voglia di lavorare siano messe in secondo piano rispetto alla possibilità di concepire.
Non è giusto, eppure è già la terza volta che mi succede.

L’autrice. Procrastinatrice dal 1983, mi chiamo Erica e vivo nelle Marche. Disegno, cucio, a volte scrivo e – soprattutto – inizio tantissimi progetti che spesso non superano il vialetto di casa. Quello riuscito meglio fino ad ora si chiama “La Bottega delle fandonie”. Lo trovate su Facebook e Instagram.

L’illustrazione è di Mariachiara Tirinzoni