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Se ci sono i fanatici de “il profumo della carta” che impedirà ai libri di venire completamente rimpiazzati dagli e-book, ci sono anche quelli dell’odore dei cinema dove un tempo si fumava e che gli anni hanno reso romanticamente affascinante.
Ieri nel tardo pomeriggio ho ceduto a questo richiamo e ho scelto un film che purtroppo avranno la possibilità di vedere in pochi perché si sa, la distribuzione ormai è quella che è (43 sale in tutta Italia). Mustang è l’opera prima della turca Deniz Gamze Erguven. Con produzione francese, è stato presentato con successo al Festival di Cannes ed è il candidato francese per la corsa agli Oscar come migliore film straniero. Cinque sorelle (sembrano quasi le Haim) orfane vivono con la nonna e lo zio in una Turchia contemporanea ma profonda, a 600 chilometri da Istanbul. Quello che inizialmente può sembrare un quadretto ameno – la  campagna sulla costa del Mar Nero, la casa immersa nel verde con le pareti indaco – presto diventa una prigione sempre più invalicabile e oppressiva. Il motivo è quello che scuote subito lo spettatore sia per la sua incomprensibilità che per le sue conseguenze. L’ultimo giorno di scuola con dei compagni giocano alla lotta acquatica sopra le loro spalle. I pettegolezzi nel piccolo villaggio corrono veloci («Le sorelle danno scandalo») così come l’escalation dei divieti. Alle cinque sorelle viene proibito di uscire e di avere contatti con l’esterno, vengono vestite con abiti lunghi e coprenti. La scuola viene rimpiazzata dall’economia domestica insegnata in casa da zie e donne del paese. È a questo punto che una dopo l’altra vengono “sistemate” con matrimoni combinati nel tempo di bere un tè. Mano mano che il quintetto si sfalda la forza di ribellione diminuisce, si perde e si dissolve tra quelle che ormai diventano abitudini: l’ineluttabile destino di una ragazza della profonda Turchia non può essere diverso da questo. La nonna continua a ripetere «conoscendosi, durante il matrimonio, si arriva a volersi bene. Se si è fortunate ci si innamora pure».

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Chi non desiste, chi continua a non darsi per vinta, è la più piccola, Lale, che sogna la libertà, Istanbul. È lei il punto di vista scelto dalla regista, sono i suoi gli occhi che guardano dal basso verso l’alto le scelte passive delle altre sorelle. E sarà lei a rendere possibile la fuga, chissà quanto durevole.
Siamo fin troppo abituati all’idea che la donna, in certe parti del mondo, vada incontro a un destino pianificato da altri e privo di colpi di scena. L’abitudine non rende una cosa più giusta, ma ce la fa digerire più facilmente. Quello in cui questo film riesce è proprio nel non rendere tutto questo banale o scontato. Racconta delle ragazze belle, che amano il loro corpo, che amano essere guardate dai ragazzi, che hanno manifestato a favore di Gezi Park e amano il calcio, vanno a scuola con la gonna corta. Delle ragazze simili a quelle che vediamo per la strada, simili a noi che improvvisamente vengono soffocate. I loro sogni, i loro amori, le loro abitudini vengono spazzati via da lezioni per fare gli involtini di vite e per imbottire i materassi. Mano mano perdono quello che avevano di più caro: loro stesse, sia come individualità che come “sorority”, distrutta perché pericolosa.

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E in questo hanno un potere fondamentale proprio le donne del paese, quelle più tradizionali, che convincono la nonna ad “allontanare dalle ragazze l’ombra dello scandalo”. Oggi, nella laica Turchia, perché è così che la dipingono nonostante la deriva di Erdogan, nella Turchia di Ataturk, delle porte europee dell’Asia e della ventilata entrata nell’UE le donne non sono ancora proprietarie del loro destino. Le grandi città ben nascondono le lenzuola della prima notte di nozze da mostrare alla famiglia dello sposo. Le campagne, diffuse e vastissime, raccolgono in sé quello che da sempre è stato: il rituale, la consuetudine, l’etichetta fondati su secoli di religione e timore della perdita d’identità.
Mustang parla di questo ma mostra una via di fuga, che però assomiglia a una resa: andarsene.