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Quando ho terminato di guardare il video e ho scoperto il brand che l’ha prodotto il mio commento immediato è stato: “Bello, peccato però che sia di Barbie”. Lo stesso commento ha accompagnato la mia condivisione dello spot nel nostro gruppo di redazione. Qualcuna di noi però ha commentato: “Perché peccato, se l’ha capito pure Barbie?”. Sicuramente la seconda reazione è quella che il team di Barbie (il brand, s‘intende) ha voluto suscitare nel pubblico di riferimento (i genitori) nel tentativo di liberare la bambola più amata della storia dalle critiche di cui è oggetto in quanto simbolo di donna bella, bionda, superficiale, ricca (non si sa come, chissà facendo l’architetto magari?!), che vive in un mondo rosa e che possiede un corpo che non potrebbe esistere nella realtà (anche se c’è chi la considera canone di bellezza di riferimento e fa di tutto per somigliarle): insomma non propriamente un modello femminile di riferimento.

La strategia di riposizionamento del brand è chiara ed è stata anche confermata Evelyn Mazzocco, general manager di Barbie, per la quale questo spot rappresenta l’inizio di una svolta nel brand che vuole comunicare ai genitori di rivalutare il ruolo che “giocare con le Barbie” può svolgere nella vita dei propri figli. Se ci riusciranno o no staremo a vedere. Di certo il messaggio dello spot (ben fatto e divertente) è positivo. Non tutte le bambine sognano di diventare principesse bionde da grandi ma anche veterinarie, insegnanti, ricercatrici etc. Del resto è pur vero che il fatto che tutte noi (o quasi) abbiamo giocato a Barbie da bambine non ci ha trasformate tutte in “fashion victims” e non ci ha impedito di inseguire il nostro sogno professionale e diventare dunque veterinarie, insegnanti, ricercatrici etc.

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Noi ex-bambine lo sappiamo: Barbie è una bambola e come tutte le bambole ha fatto quello che noi volevamo facesse (la mamma, la manager, la parrucchiera etc.)

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CREDITS
Client: Barbie (Mattel)
Agency: BBDO San Francisco

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