Amy Winehouse, Amy the girl behind the name
Amy – The Girl Behind The Name

Ci sono donne con una voce forte, calda e potente. Quando si sentono cantare queste donne il cuore diventa un origami, carta fragile che prende forma sulle pieghe: potrebbe prendere forme bellissime come finire accartocciato in un pugno, ma di certo non può restare intatto, immobile nell’emozione, come se nulla fosse successo. Amy Winehouse non aveva solo la voce, aveva il jazz. Sentiva profondamente ogni parola cantata e non voleva cantare né scrivere niente che non fosse frutto del suo sentire e della sua esperienza. Amy – The Girl Behind The Name, è il documentario di Asif Kapadia presentato fuori concorso al Festival di Cannes, da La Croisette all’Italia per una 3 giorni (15, 16 e 17 settembre) che ha riempito le sale dei cinema dello stivale. Quella che viene raccontata, tra foto sgranate e materiale video inedito, è la storia di un talento enorme nel corpo di una ragazza fragile, che il successo non se l’è mai andato a cercare e forse neanche lo voleva. Non a quei livelli, non a quelle condizioni.

Amy Winehouse, Amy the girl behind the name

Primo album, “Frank”, un debutto in pieno stile jazz, tagliente e sincero; nel mix avevano aggiunto degli archi e a Amy quegli archi proprio non piacevano, non li voleva. Era il 2003, lei aveva solo 20 anni e la critica già la adorava, ma il boom arrivò nel 2007 con “Back To Black”.
Amy ha sempre avuto una vita difficile, segnata dal dolore: a 13 anni le erano già stati prescritti degli antidepressivi, era depressa senza neanche riuscire ancora a capire cosa volesse dire esserlo, si sentiva solo strana (probabilmente sarebbe più appropriato dire: sola e strana). Genitori divorziati, un padre assente e una madre malata, l’amore trovato in un ragazzo “sbagliato” che l’ha tirata giù con sé in una spirale fatta di alcool, crack e eroina. La riabilitazione, che per tanto tempo la cantante si è rifiutata di fare, è diventata il tormentone che ha incanalato tutte le attenzioni su di lei: è proprio “Rehab” il singolo di lancio di “Back To Black”. Amy era riuscita a trasformare tutte le delusioni, le lacrime e le brutte esperienze in un qualcosa di bellissimo.

Arriva il successo e le persone tornano, pensava fosse amore e invece era opportunismo. Il suo amore, Blake, quello che l’aveva trascinata nell’abisso nero di “Love Is A Losing Game”, finisce per sposarla a Miami. E da lì la strada del non ritorno, segnata da overdose e riabilitazione in un ciclo senza fine: quando Amy iniziava a star meglio arrivava Blake, e con lui l’eroina. Era un amore totale il suo, auto-distruttivo, una droga pesante di cui non poteva fare a meno. Quando non c’erano le droghe, c’era l’alcool. Le performance iniziavano a lasciar desiderare e i media non mancavano occasione per ironizzare sul suo essere alcolizzata, tossicodipendente, bulimica. Un agnello mascherato da Cleopatra cotonata, chiuso in gabbia e dato in pasto ai lupi. Non poteva scappare da nessuna parte e le droghe erano la sua unica via di fuga. Sull’isola di St. Lucia, per ritagliarsi un attimo di pace, lei voleva solo suo padre e suo padre era arrivato sì, ma con cameraman e tecnici audio. Lei voleva fare jazz ma tutti volevano che lei fosse ancora Back To Black. Doveva solo cantare e camminare sulla strada che gli altri avevano disegnato per lei. Se sul palco non cantava la gente urlava, urlava sempre più forte e prepotentemente, perché se al circo metti una tigre davanti a un cerchio quello che tutti si aspettano è che lei ci salti dentro. Ma le tigri non sono nate per saltare dentro ai cerchi, e le aspettative non dovrebbero diventare pretese. Il successo è un dittatore, se ti ha arruolato nelle sue fila devi essere come lui ti vuole. Non sei tu ad avere successo, è lui che ha te: e lui aveva Amy.

Lei non voleva morire, voleva solo vivere davvero. E invece il 23 luglio 2011 la morte arrivò a farle pagare tutti gli eccessi che il suo cuore non riusciva più a reggere e se la portò via con sé. “Rallenta, sei troppo importante, la vita ti insegna come vivere se riesci a vivere abbastanza a lungo” sono le parole che il suo idolo Tony Bennett avrebbe voluto dirle. Amy era nata per essere libera, unica e sincera; per lasciarci in tesoro una bellezza sconfinata con delle ali enormi, tarparle è stato il crimine più grande.