Beck Hansen

BECK – SEA CHANGE

«These days I barely get by / I don’t even try». Chiamatele come volete: breakup, separazioni. Resta il fatto che le abbiamo affrontate un po’ tutti – chi più, chi meno recidivamente – e che quelle amorose, chissà perché, fanno rima fin troppo bene con “dolorose”.
C’è un artista in particolare che, alla fine di una relazione lunga nove anni, nel 2002, ha buttato in pasto al mercato discografico un disco colmo fino all’orlo di struggimento e di faticosa catarsi dalle pene d’amore. Quest’artista risponde al nome di Beck e, di fatto, si è autoincoronato il Marta Flavi d’America. Il disco in questione, invece, si chiama Sea Change ed è una monografia sull’amore che finisce. Un pamphlet talmente definitivo e autorevole da essere diventato un instant classic appena uscito.

Beck Sea Change cover

Ma rompiamo subito gli indugi: che cos’ha di così speciale Sea Change? Beh, innanzitutto è quel tipo di album di cui ti chiedi: ma perché non ne esistono infiniti altri come questo? E poi: il signor Beck Hansen è stato il vero trasformista degli anni ’90. Ha cambiato generi, mixato strani melange di influenze improbabili (e funzionavano, e qui sta il genio), fino a tirare per la collottola persino la bossa nova. Insomma, chi se lo sarebbe aspettato che dalla stessa penna imprevedibile dell’autore allampanato e weirdo del vero inno della generazione X, Loser, sarebbe uscito un album di cantautorato puro, con gli archi e i sussurri a mezzo fiato? A tentare di raccogliere, ennesimo tra milioni, l’eredità di Nick Drake?
Sea Change è né più né meno che dodici tracce di crogiolata accettazione e rinuncia. Il messaggio fra le righe è chiaro: «Ehi, sto da cani, ma c’è modo di scamparla?».
«I just wade the tides that turned / ‘Till I learn to leave the past behind / It’s only lies that I’m living / It’s only tears that I’m crying / It’s only you that I’m losing / Guess I’m doing fine». Le liriche di Guess I’m Doing Fine racchiudono perfettamente il senso del disco. Non meno di quanto faccia pure The Golden Age, o Lonesome Tears, che si eleva dischiudendo un’orchestrazione sontuosa (diretta da David Campbell, il padre di Beck), avvinghiata all’eclettico e disparato gruzzolo di suoni e strumenti presente in tutto Sea Change.


La traccia più bella, Lost Cause, s’innesta su un semplice giro di chitarra e sull’abbacinante sincerità di versi come: «There’s a place where you are going / You ain’t never been before / No one left to watch your back now / No one standing at your door / That’s what you thought love was for». Ah, l’amore. Faccenda decisamente complicata e un po’ ingrata.
Ma, spoiler alert: il nostro ce l’ha fatta. È vivo e lotta con noi e, lo scorso anno, ha persino tentato di bissare Sea Change con Morning Phase, un altro gran bel disco spassionatamente cantautoriale, di cui magari tornerò a parlarvi tra una decina d’anni. Non poniamo limiti alla provvidenza.

In queste settimane, poi, c’è grande attesa per il nuovo album di Beck, che dovrebbe uscire entro il 2015, ipotesi confermata dal rilascio di Dreams, il nuovo singolo pop fresco, estivo e radiereccio, lo scorso 15 giugno. Noi fremiamo d’attesa e vi ricordiamo che il cantautore losangelino ad agosto si esibirà qua e là per i festival europei, come il Way Out West in Svezia o il Flow Festival di Helsinki (rispettivamente il 13 e il 14).
Nel frattempo, datemi retta: riscoprite Sea Change. Tornerete qui a domandarmi perché di album così non ne esistano infiniti, e perché canzoni come Little One e Sunday Sun siano di una bellezza così disarmante.
E perché certi versi, come: «But I know you’re gonna try / To live without love, by and by / but that’s not living, that’s just time / Going by / Going by / My love», vi raccontino la verità sull’amore come neppure Marta Flavi ai tempi di Agenzia Matrimoniale.