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BLUR – PARKLIFE

Avete mai provato a rispondere al “questionario di Proust”? Ne ho una copia in formato doc e la aggiorno ogni anno, più o meno da quando si navigava su internet con la connessione a 56k. Alla domanda: «In quale epoca avresti voluto vivere?», la mia risposta è sempre la stessa: negli anni del britpop. Epoca che in realtà ho vissuto, ma in una fascia d’età in cui imparavo a usare i regoli e a fare le divisioni con la prova del nove. Avevo tutt’altro in agenda, nei mid-nineties.
Adesso facciamo un passettino indietro, come il gambero: gli anni ’80, una decade di grande prosperità per il pop britannico, dai Duran Duran agli Smiths, passando per i Cure e per un fertile undeground. Trascinato dalla new wave, distorto dallo shoegaze, all’alba dei ’90 il decennio collassa nel britpop. Un genere che è abbastanza un cliché, nella memoria collettiva. In realtà, una universo dai confini dilatati fino ad abbracciare esperienze divergenti come Doves, Ocean Colour Scene e Manic Street Preachers.
Prendiamo i Blur, per esempio. Nel 1994 si abbeverano alle stesse fonti d’ispirazione di Pulp, Verve e Oasis, ma se ne escono con un album come Parklife. Un disco britpop, ok, ma, al tempo stesso, timeless. Inaspettato allora, incredibilmente eloquente ancora oggi.

La copertina di Parklife dei Blur

A ventun anni da Parklife, e dopo dodici di silenzio da Think Tank (passati a togliersi un bel po’ di sfizi tra esperienze soliste, collettive e collaborazioni), i Blur delle loro maestà Damon Albarn e Graham Coxon sono tornati a fare il punto della situazione licenziando un nuovo album, intitolato The Magic Whip. Uno sguardo ampio e molto onesto su quanto fatto finora nelle esperienze extra-Blur, finalmente pronte a confluire nei Blur reloaded.
Niente di questo sarebbe stato senza Parklife. La freschezza pop di canzoni come Girls & Boys, l’azzardo di un album felicemente ancorato al britpop, eppure cangiante e mutevole pezzo dopo pezzo. Multipolare, se me lo concedete. In Tracy Jacks e nella title track c’è l’esaltazione di trent’anni di pop britannico. Strambe, sghembe, The Debt CollectorLondon Loves attingono dagli eighties appena trascorsi con spirito nineties. I due album precedenti, comunque apprezzabili, sorpassati anni luce da Badhead.
La chiave di volta? La voce compassata di Albarn, con tutte quelle le sue “s” sibilanti, che va a braccetto con le idee chitarristiche messe in pratica da Coxon, mentre tutto si sublima nella ricchezza degli arrangiamenti. Un pezzo su tutti: Clover over Dover, in cui un clavicembalo s’intreccia a intarsi brit che più brit non si può. C’è del tocco di classe, altroché.
E poi, i testi: un forte intento dissacratorio, evidentissimo fin da subito, dall’attacco di Girls & Boys. Comunque, più per diletto che per dileggio. E oltreoceano c’erano già gli Smashing Pumpkins, c’era già il grunge, talmente saturi di male di vivere e pessimismo, perché versi come: «I’d love to stay here and be normal, but then it’s just so overrated» si potessero prendere troppo sul serio, anziché con la giusta dose di (auto)ironia.

Quanto al britpop, la gara fu vinta l’anno successivo dagli Oasis di (What’s the Story) Morning Glory?, e manca poco che non lo si studi sui banchi di scuola. Schierarsi per gli Oasis o per i Blur è stato l’equivalente anni ’90 della mai risolta questione Beatles vs Rolling Stones. Ma, a ripensarci oggi – whatever.
La seconda giovinezza dei Blur è sotto gli occhi di tutti. E quest’estate li aspetta un fitto tour estivo in tutta Europa: occhi puntati su Hyde Park e sull’Isle of Wight Festival (ma speriamo che riescano a inserire anche qualche data italiana!).