Patti Smith

PATTI SMITH – HORSES

Le malelingue dicono che Patti Smith sia un’habituée forse anche fin troppo assidua dei nostri palchi perché solo noi, nell’intero globo terracqueo, continuiamo a tributarle ind(i)efessi, decennio dopo decennio, una venerazione senza pari.
Beh, maledette malelingue: ricredetevi. Horses compie quarant’anni e la sacerdotessa del rock sarà impegnata, tra primavera ed estate, in un fitto cartellone europeo per il tour celebrativo del suo capolavoro indiscusso. Il 27 maggio l’appuntamento è al Primavera Sound (altro che sagra della calçotada), poi a giugno e luglio si concederà qualche tappa in Italia.
Fuck the clock. Inginocchiata sul palco, estatica e selvaggia, Patti Smith in un suo live di fine anni ’70 si autocitava indossando una t-shirt con questa scritta. La sottoscritta potrebbe testimoniare di averla vista in concerto un paio di afose estati fa, e confermare che il tempo, per Patti Smith, passa un po’ meno che per tutti gli altri. Voce d’acciaio e grinta da dinamitarda: al confronto, Madonna è un bradipo sotto benzodiazepine.

La copertina di Horses di Patti Smith

Ma torniamo a Horses. Patti campeggia sulla copertina del suo primo disco con purezza bohémienne: camicia bianca, bretelle e giacca a spalla. Spettinata, spigolosa, sfrontata e seducente. Ritratta dal più intimo amico, il fotografo Robert Mapplethorpe. «Jesus died for somebody’s sin but not mine»: per prima cosa prende Gloria, un pezzo garage dei Them di Van Morrison, e lo insemina con un testo originale. Parte in quarta con la religione (l’argomento più scomodo nei secoli dei secoli, amen), sgolandosi irruenta e selvaggia.
Punk (prima di te), per dirla con Enrico Ruggeri, la nostra Eva con un particolare fiuto per il futuro era circondata da musicisti che hanno fatto la storia del rock: John Cale dei Velvet Underground, Lenny Kaye, Tom Verlaine dei Television. Tutti in sintonia magistrale nel cucire il sound perfetto per i suoi testi solennemente poetici, per realizzare quella boccata di rivoluzione che Patti era destinata a incarnare.
Redondo Beach, un reggae che parla di suicidio, poi Birdland, lasciano dirompere versi irrequieti e impazienti. «Scoop the pearls up from the sea / Cash them in and buy you all the things you need»: Free Money cavalca il rock seguendo la scia di Gloria con un messaggio politico, Kimberly si lascia andare allo spirito (musicale) dei tempi sfavillando di new wave.

Patti Smith on stage

Land è divisa in tre momenti, guidati dalla primitiva e convulsa Horses, prova d’arte post-beat e irresistibilmente pop. C’è l’inconfondibile chitarra di Tom Verlaine in Break It Up, ma non sovrasta: i Television rimangono sullo sfondo di una preghiera dedicata a Jim Morrison.
«Memory falls like cream in my bones» – chiude Horses l’altro grande ricordo, quello per Jimi Hendrix, in Elegie. Canzone con cui si concluse, nel 2006, la storia del CBGB, dove Patti Smith era stata di casa negli stessi anni in cui lo erano stati i Television, i Ramones, i Blondie, i Talking Heads. La storia del rock americano, more or less.
Da leggenda vivente, comunque, Patti Smith assolutamente non vive nel culto del passato. Nel ’75, con Horses, decisamente aveva guardato al futuro: è un album pulsante, traboccante di poesia, ancora attualissimo. Da quarant’anni, questa donna continua a portarsi avanti. Spettinata, spigolosa, sfrontata e seducente. «I don’t fuck much with the past but I fuck plenty with the future».

Qui l’elenco dei prossimi concerti di Patti Smith.

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Illustrazione di Sara Fratini

Illustrazione di Sara Fratini

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