I Built to Spill in un'illustrazione

BUILT TO SPILL – PERFECT FROM NOW ON

Non so voi, ma la primavera mi destabilizza. Si deve passare dall’ombrello alla crema solare e dal cappotto alle espadrillas nell’arco di mezza giornata – non ci capisco più nulla. Aprile, io non mi scopro, ma tu non te ne approfittare.
Meno male che i Built to Spill sono una delle poche certezze della vita: la settimana scorsa è uscito Untethered Moon, il loro nuovo album. A ulteriore riconferma della tendenza del 2015 a mostrarsi come un rigurgito tardivo degli anni ’90 (cosa che, a dirla tutta, non dispiace nemmeno un po’), il nuovo album della band di Doug Martsch non rincorre nuove mode, non ricorre al cerchiobottismo tentando di incontrare i gusti di tutti. No. Mutevoli nella lineup (eccetto Martsch, la mente della band), ma con le idee sempre ben chiare, i Built to Spill continuano a fare quello che sanno fare: un sound micidiale. Untethered Moon non sarà il cosiddetto disco “della svolta”, ma va bene così, con le sue radici ben piantate nel suolo di Boise, Idaho.

La copertina di Perfect From Now On dei Built to Spill

Dopotutto, ce l’avevano promesso: il loro terzo disco, datato 1997 (l’anno di Ok Computer e di The Lonesome Crowded West, per intenderci), era stato battezzato Perfect From Now On. Un disco per amanti del rock guitar oriented senza riserve, che si dischiude come un cofanetto pieno di gemme preziose.

Doug Martsch è il Neil Young dei 90s, con il quintuplo del perfezionismo. Voce inconfondibile, identica proiezione verso la psichedelia, stessa voglia di far fare stretching estremo alla chitarra, fino ad allungamenti impossibili. Dare play a Perfect From Now On equivale a seguire il Bianconiglio nella sua tana, in un mondo sospeso tra realtà e sogno che sembra folle – ma non è.
Otto pezzi come le bottiglie e i pasticcini etichettati “Drink me!” e “Eat me!”, a cui Alice non sapeva resistere. «Where you going to be? / Where will you spend eternity? / I’m gonna to be perfect from now on / I’m gonna to be perfect starting now», Martsch ci corrompe fin da subito con le grandezze siderali di Randy Described Eternity. Altro che voglia di cosce e di sigarette.

I Built to Spill

Un fine lavoro di cesello porta a pensare che i Built to Spill, ai tempi, vivessero in una specie di mondo à la A Beautiful Mind, o che avessero scambiato il piano cartesiano per un pentagramma. I Would Hurt a Fly, per esempio, s’insinua sensuale per confluire in un delirio degno di un Hendrix posseduto da un’equazione di secondo grado. È davvero tutto perfetto, in Perfect From Now On: la struttura matematica del suono, il senso della melodia, l’impatto emotivo volutamente fortissimo. «No one wants to hear / What you dreamt about / Unless you dreamt about them» (Made-Up Dreams): difficile non essere d’accordo, no?
Se già arrancavamo un po’ a tenere il passo di Paranoid Android, sappiate che ci si può abbandonare a Kicked It in the Sun, e ritrovarsi, minuto dopo minuto, in atmosfere sempre diverse. O lasciarsi ammaliare dal Velvet Waltz. Davvero, vorrei dirvi che ci sono delle highlights, ma la verità è che Perfect From Now On è un album la cui perfezione si riesce ad abbracciare ascolto dopo ascolto, che vi farà sentire lanciati nel cuore dell’universo a bordo di una navicella spaziale.

Foltamente barbuti molto prima che la moda della barba brada dilagasse, i Built to Spill hanno rianimato il rock, che nella seconda metà degli anni ’90 languiva, mentre si affievolivano le istanze più rivoluzionarie del decennio (Pavement, Sonic Youth, e la lista sarebbe lunghissima) e le nuove leve iniziavano a delineare una nuova direzione.
La promessa d’essere perfetti da allora in avanti, come vi dicevo, non è stata infranta. «It goes on and on and on and on and on…»