Fast Animals and Slow Kids, Alaska

Fast Animals and Slow Kids.

C’era una volta un amico che spesso, scherzando, mi diceva: “non peccare di hybris” (che è poi il termine con cui i greci etichettavano la superbia) e tutte le sante volte che pronunciava questa frase io pensavo sì all’etichetta Hybris, ma l’appiccicavo sopra a una cosa diversa dalla superbia, una cosa che ha un suono (bello) e si può anche tenere fra le mani, una cosa che è il secondo disco dei Fast Animals and Slow Kids. A Ottobre 2014, questi promettenti ragazzi di Perugia hanno sfornato il loro terzo album: Alaska. Ne è seguito un mega tour in giro per l’Italia, hanno riempito i locali regalandoci lividi violacei e proprio pochi giorni fa hanno tagliato un altro traguardo importante: suoneranno sullo Europe Stage dello Sziget Festival!

Per l’occasione, ci sembra opportuno fare un bel post (it) promemoria track by track di quello che è Alaska.

Fast Animals and Slow Kids, Alaska

Alaska è il suono di una tristezza scura che ci portiamo dentro, di quella speranza che continua a vivere nel nostro corpo e che ci direziona in quello stesso mondo che è l’artefice della sua distruzione. Alaska è un disco che ti gela con la sua forza, ti trancia la pelle al livello dello sterno e ti fa ascoltare le parole che vorresti urlare.
I Fast Animals and Slow Kids ci accompagnano in un viaggio impervio e difficile, quello verso la fredda Alaska, circondati dal ghiaccio dei nostri sentimenti.

Overture” è la prima traccia, l’inizio strumentale e malinconico che ci prende per mano per poi lasciarci al nostro cammino dicendo “scusa / mi lascio andare un po’ / è così freddo in Alaska” (poi non dite che non vi avevano avvisato).

Segue un disperato richiamo di aiuto ne “ Il mare davanti”, in cui si viene direttamente teletrasportati nel pogo dei live. Se chiudiamo gli occhi siamo lì: con i piedi ancorati al pavimento che portano le corde vibranti delle chitarre dritte dritte allo stomaco, la musica che ci rimbomba dentro e mentre Aimone, il cantante, urla “è che mi sento più solo / mi sento solo più solo / non trovo le forze ed affogo” ci guardiamo intorno e siamo circondati da un’onda ci gente che ci sbatte contro. In fondo ci si può sentire soli anche in mezzo a una folla.

Il singolo “Come reagire al presente” è stato presentato da un video che racchiude lo spirito con cui i FASK ci presentano la loro Alaska: i fotogrammi ci offrono il punto di vista della band sulla loro città, Perugia. Un viaggio tra le strade e i ricordi che hanno portato questi ragazzi così vicini a quel che sentiamo anche nostro, poiché in fondo un disco è composto dal vissuto di coloro che l’hanno scritto.
“Ora sei pronto per dire a tuo padre che aveva ragione / ora sei pronto per chiedere scusa / per renderli fieri”: i vent’anni, sono quegl’anni in cui continui a sentirti incompreso da tutti e non vuoi ascoltare nessuno, ma allo stesso tempo arriva il momento in cui capisci che la frase fatta “la mamma ha sempre ragione” (vale anche un po’ per il papà, dai) sarà anche banale, ok, ma se è diventato un luogo comune ci dovrà pur essere una verità sotto.

Segue “Coperta”, che personalmente è il pezzo di Alaska che preferisco: ti entra in testa per restarci, anche quando fuori dalla finestra non è più così freddo. L’immagine del mare come metafora del futuro che abbiamo davanti, a cui arriveremo solo trovando la forza di affrontare il presente e lasciare i nostri errori nel passato (e per questo servono molto coperte e rassicuranti piumoni).

Te lo prometto” e “ Con chi pensi di parlare” sono le note dei rapporti umani fatti di vetro, che cadendo a terra perdono la loro forma in tanti piccoli pezzi che ci fanno sanguinare con le schegge rimaste sulla pelle.

Calci in faccia”, che intermezza questi due brani, è invece la voglia di sentirsi qualcuno che ci porta però a sacrificare molti altri aspetti della vita quotidiana; la corsa verso l’autoaffermazione è guidata da quella che è la nostra insicurezza: “Quanto vorrei fuggire / dal giudizio degli altri / e dalla mia insicurezza / che mi lega ai palchi da quasi 13 anni”.

Fast Animals and Slow Kids, Alaska

Odio suonare” è uno sfogo a pieni polmoni, ma è anche l’iperbole della paura della precarietà del mondo in cui viviamo, delle certezze che non esistono più, del successo che può essere solo una brevissima parentesi. Per difendersi da tutto questo buio e non smarrirsi nella selva oscura, i FASK fanno del cinismo la loro guida “credo e vivo in ciò che tocco / come un cieco senza appigli / il cinismo è il mio Virgilio”.

Il viaggio nella glaciale Alaska continua con una ballata a suon di pianoforte ed archi, di domande e consapevolezze: “Il vincente” è di una sincerità dolce e cruda che fa venir voglia di silenzio, di non dire più niente oltre a quello che le nostre orecchie hanno appena sentito “…eccomi / sarò il vincente da inondare con il vino / per festeggiare l’attimo / in cui ha capito che la sfida da affrontare / non era quella che voleva”.

Alaska finisce con un “Gran Final”, finisce cantando “una nuova alba / questa è la speranza / ma è la stessa che / ha chi uccide”, finisce restando nel buio ma con la testa che guarda verso il cielo aspettando un nuovo inizio, poiché anche sul ghiaccio l’importante è restare in piedi.

Fast Animals and Slow Kids, Alaska

Alaska è questo, questa immagine sopra. È l’unico panorama visibile da una generazione che, dal buio, si affaccia ad una piccola finestra con la voglia ed insieme la paura di farcela.

Ascoltateli, comprateli e andate allo Sziget che lì si suoneranno un sacco di cosebelle.