Sufjan Stevens

SUFJAN STEVENS – ILLINOIS

Ogni nuovo disco di Sufjan Stevens è un terremoto. Ci ha dato cinque anni per riprenderci dal carnevale sonoro di The Age of Adz, ed ecco che, splendido quarantenne, torna a giocare a rimpiattino con le nostre aspettative con Carrie & Lowell. Rilasciato il 31 marzo, è un album potentissimo, ma dalle sonorità quasi dimesse, in cui il menestrello di Detroit tratteggia storie intime e famigliari con voce sommessa, a tratti quasi una reincarnazione anni Dieci di Elliott Smith.
Ma noi Cosebellers crediamo poco nel caso e infatti siamo convinte che non ci sia momento migliore per raccontarvi l’altro volto di Sufjan Stevens: quello di Illinois, il suo capolavoro assoluto, che vedeva la luce dieci anni fa e che ha svelato la venuta al mondo di un vero fuoriclasse.

La copertina di Illinois di Sufjan Stevens

Tanto per capire il personaggio, Illinois doveva essere, nelle intenzioni, il secondo capitolo (dopo Michigan, del 2003, dedicato al suolo natio) di un ideale “tour” musicale degli Stati Uniti d’America. O un’abile trovata pubblicitaria.
Comunque sia andata, le 22 tracce – molte delle quali dai titoli chilometrici – dell’album sono un magnificente folk orchestrale realizzato con un tourbillon di strumenti e un’affabulazione molto lontana dalle rime you / do delle canzonette da classifica: nel 2005, con Illinois Sufjan Stevens spariglia nel mazzo delle nuove stelle (e strisce) indie autoincoronandosi reuccio di un eclettico songwriting e vate dello Zeitgeist americano del nuovo millennio. Uno Springsteen che rinuncia alla Telecaster in favore di un polistrumentismo incentrato su strumenti più tradizionali, come il banjo e l’accordion, per raccontare la sua epoca snocciolando storie autentiche e poeticamente spassionate.

Sono le note di un pianoforte, avvinghiate a un flauto e a un’intonazione poco più che parlata, ad aprire il sipario (Concerning the UFO Sighting Near Highland, Illinois). E via con le orchestrazioni (The Black Hawk War), via con una danza di colibrì adrenalinici (Come On! Feel the Illinoise!). Siamo già disorientati, ma è un abile colpo da maestro: con John Wayne Gacy, Jr. e, soprattutto, con Jacksonville, si rientra nei ranghi – ma pur sempre dei ranghi sfrigolanti cotillons.

Sufjan Stevens on stage

Da qui in poi, Sufjan Stevens balza di fiore in fiore tra un intermezzo strumentale e l’altro, divagando sbarazzino con un piglio quasi documentaristico: vuole raccontare l’American life, e la sua America è un Paese che ha visto tempi migliori e che compensa una storia molto breve con l’attaccamento alle proprie tradizioni. In Decatur c’è Abraham Lincoln, in The Tallest Man un lapidario «What have we become, America? / Soldiers on the Great Frontier!». Nella sublime Chicago il viaggio è metafora di vita: «I was in love with the place / In my mind, in my mind / I made a lot of mistakes».
Una delle pagine più dolorose è in Casimir Pulaski Day: «When I found out you had cancer of the bone / Your father cried on the telephone / And he drove his car into the Navy yard / Just to prove that he was sorry», mentre l’aria si fa elettrica in The Man of Metropolis Steals Our Hearts.
Se l’orecchio è catturato dai fraseggi imprevedibili, il giardino segreto di Sufjan Stevens rapisce nei suoi momenti più intimi, come in The Seer’s Tower e in The Predatory Wasp, «Thinking outrageously I write in cursive / I hide in my bed with the lights on the floor / Wearing three layers of coats and leg warmers / I see my own breath on the face of the door». Non può essere che una sensibilità fuori dal comune, ad animare questo caos.

Gli ingranaggi di Illinois spaccano la semicroma come un orologio svizzero. Che si tratti di narrare drammi suburbani degni di Richard Yates, o di pizzicare le corde della desolazione di un’intera nazione. L’aspetto più privato di quella desolazione lo ritroviamo, oggi, in Carrie & Lowell. Due facce di quella medaglia splendente che risponde al nome di Sufjan Stevens.