Platonick Dive, Overflow

Platonick Dive.

La domenica di Pasqua è sempre un ottimo giorno per staccare la spina, d’altronde il mood “resuscitare” va molto forte in quei giorni, così è esattamente quello che ho fatto. Ho preso un treno e sono tornata per qualche giorno nella mia rossa Bologna, dove ho potuto riscattare l’occasione di vedere il live di un gruppo che mi sarebbe piaciuto molto sentire in apertura ai Blonde Redhead. E, già che c’ero, c’ho fatto pure due chiacchiere post soundcheck. Quello che posso anticiparvi è che lo scarto tra la performance live e il tono pacato e tranquillo di Gabriele durante l’intervista è enorme tanto quanto l’altezza del tuffo platonico che ci incoraggiano a fare ascoltando la loro musica.

Cosebelle: Partiamo dal vostro nome: dove ci si immerge col vostro tuffo platonico? Dove si cade? Ci si fa male?
Gabriele: Dunque, Platonick Dive, come hai appena detto tu, significa “tuffo platonico”. Prendila un po’ come il concetto di amore platonico: è qualcosa che esiste realmente ma che non si riesce a toccare, va al di là del materiale. Il tuffo platonico è quello che noi facciamo all’interno della società odierna con la nostra musica, che consideriamo anche abbastanza terapeutica.

CB: Infatti “electronic therapy with feedback explosions” è la descrizione, più che perfetta, che date della vostra musica. Spesso parlate delle vostre canzoni come di una terapia, personalmente, quali sono i sintomi che combattete a suon di loop e wall of sound?
G: Sicuramente, anche quando siamo in sala prove a comporre, la nostra musica è terapia per noi in primis. Ci facciamo guidare parecchio dalle emozioni che abbiamo dentro per trasformarle poi in musica, tutto nasce in modo abbastanza spontaneo. Cerchiamo di farci un’auto-terapia e poi la diffondiamo agli altri suonando, è una cura per allietare la vita di tutti i giorni.

Platonick Dive, Overflow

CB: Le vostre canzoni si incontrano a metà strada tra l’elettronica e il post-rock, quindi mi viene naturale chiedermi come nascono i pezzi. Lo scheletro, che sorreggerà poi tutto il resto, è fatto di ossa digitali o di corde e bacchette? Nasce prima l’elettronica o lo strumentale?
G: Questa è una domanda molto particolare a cui ci ritroviamo a rispondere spesso. In realtà anche questa è una cosa che viene spontaneamente. A volte può partire tutto da un loop di un synth oppure da un giro di chitarra, a volte può nascere anche da un arpeggio di chitarra acustica, anche se noi non utilizziamo chitarre acustiche dal vivo o in studio. Quindi può capitare di partire da una cosa elettronica, per poi montarci tutto sopra, oppure al contrario. Sicuramente, anche se abbiamo a che fare con la musica elettronica molto da vicino, l’anima dei Platonick Dive è fatta di tanto sudore.

CB: È bello che “Overflow”, rispetto al debut album, sia come un passo su un gradino più alto, evoluzione naturale e non un cambio di rotta. Da questa nuova altezza si sentono brani più brevi, diretti, ritmici e l’introduzione di linee e campionamenti vocali. “Mirror” è il primo piano sulla tua voce, che sensazioni ti ha dato questa novità vissuta in prima persona?
G: Sentivo l’esigenza di dover scrivere un pezzo del genere, quindi è partito tutto da lì. In realtà all’inizio, mentre registravamo in studio, c’è stato un po’ di timore perché avendo fatto un debut album quasi interamente strumentale c’era la paura che anche i fan della prima ora potessero non capire questo passo in avanti. Alla fine, però, quello che abbiamo fatto fino a questo momento ci sta ripagando, vedremo cosa ci riserverà il futuro! Sicuramente sperimenteremo sempre di più e andremo sempre avanti, non rimarremo mai immobili.

CB: Durante il tour di “Overflow” avete aperto le date italiane dei Blonde Redhead, com’è stata questa esperienza?
G: Sicuramente è stata un’esperienza importante perché il disco è uscito da poco più di un mese e ci ha dato l’opportunità di suonare in grossi locali, di fronte a un pubblico numeroso e molto ricettivo. Paradossalmente, all’estero c’era successo di essere l’opening di band molto più grosse di noi, ma fino ad ora in Italia non c’era ancora capitato, quindi è stata una grande opportunità e soddisfazione.

CB: European tour: work in progress?
Marco: Sì, è in programma! Ci stiamo lavorando e a breve avremo qualche news.

(Ndr, stranamente ero a pari passo con il sig. Tempismo, infatti, proprio ieri sono uscite alcune date del tour europeo con i Sun Glitters!)

Platonick Dive, Overflow

CB: L’artwork di “Overflow” è un lavoro di Jacopo Lietti, in arte Legno e cantante dei Fine Before You Came. È tanto bello quanto astratto, cosa rappresenta per voi? Sono totalmente pazza se ci vedo una mela avvelenata?
G: Partiamo da questo: sicuramente l’artwork, come la nostra musica, è molto personale, quindi ci puoi vedere quello che vuoi! Per noi, personalmente, è l’esatta rappresentazione di quello che è contenuto nell’album: “Overflow” significa, appunto, “straripamento” e come vedi anche la copertina è molto liquida, astratta, di difficile contenimento.

CB: Nel video di “Spoken Noise” ci sono riferimenti al mondo dell’occulto e ai suoi rituali magici. L’esoterismo è una dimensione che vi affascina? (guardo Jonathan, il batterista, che veste, letteralmente, di pertinenza la mia domanda con una grande varietà di simboli esoterici stampati su maglia, felpa e cuffia: lui ride e risponde eloquentemente “abbastanza!”)
G: Sì, magari entrando più nello specifico della storia del video possiamo dirti che ci è successo spesso, negli ultimi due anni, che tante persone ci chiedessero il “perché” della nostra musica: qual era il nostro segreto, se c’era una sorta di magia dietro… e noi, come tendiamo a fare praticamente sempre, non rispondiamo mai con certezza. Quindi abbiamo voluto ricreare una sorta di pozione/magia che alla fine viene poi nascosta, sotterrata, affinché il segreto venga custodito.


CB: Nel vostro mondo astratto e platonico, qual è la cosabella più bella?
G: Domandone
J: Sicuramente la sintonia che c’è tra di noi, il fatto che pur non conoscendoci da troppo abbiamo intrapreso insieme un progetto con la mente e il cuore in mano, con tutte le energie possibili.
M: È proprio il cuore che ci mettiamo, per me, la cosa più bella.
G: Sì, sicuramente è l’emozione che riusciamo a mettere in musica e poi vedere i tanti feedback positivi delle persone che vi si riconoscono, questa è la cosa bella.

I Platonick Dive sul palco si trasformano, sono in un continuo movimento: prima piegati a metà sui synth e subito dopo a sollevare chitarre al cielo. Al centro la batteria, con cui Jonathan sembra avere un vero e proprio dialogo, prima l’accarezza e poi gli urla contro. Toccano ogni cosa con l’energia di chi si lascia guidare dalla musica in ogni movimento, caduti in una trance d’abbandono totale al flusso, che strabocca giù dal palco per trascinare via con sé tutti quelli che lo stanno ascoltando. E chi siamo noi per opporci a questa splendida corrente?

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