Modest Mouse

MODEST MOUSE – THE LONESOME CROWDED WEST

Gestire una lunga e prolifica carriera come dio comanda è dono di pochi. Provate a chiedere a una band che da oltre vent’anni continua a cambiare pelle, concedendosi poco e nulla a una facile “catalogazione”: i Modest Mouse.
Il 17 marzo è uscito Strangers to Ourselves, l’ultimo lavoro in studio del gruppo fondato da Isaac Brock. Un disco che ci è piaciuto molto e che mette fine a un’attesa durata ben otto anni (alleluia!). Tanto è passato da quel We Were Dead Before the Ship Even Sank che nel 2007 aveva visto transitare, tra le fila dei Modest Mouse, un mostro sacro del pop-rock universale come Johnny Marr.

Se c’è una cosa che non si può proprio dire, a proposito dei Modest Mouse, è che siano mai stati una band a corto di creatività. Facciamo un bel passo all’indietro: il 1997 è l’anno di The Lonesome Crowded West, l’album che perfeziona il sound complesso tipico di Brock & Co: una spirale che s’avvolge tra la voce di Isaac e l’equilibrismo di dissonanze strumentali al fulmicotone, generando un aspro e ordinato caos sonoro. Ciliegina sulla torta, i testi saturi di sarcasmo claustrofobico: «Go to the grocery store, buy some new friends / and find out the beginning, the end, and the best of it / Well, do you need a lot of what you’ve got to survive?» (Teeth Like God’s Shoeshine).

La copertina di The Lonesome Crowded West dei Modest Mouse

Musicalmente, in questo loro disco oggi diciottenne, si respira indubbiamente un’aria familiare a quella di altre punte di diamante dell’intellighenzia indie-rock anni ‘90. Dov’è l’unicità dei Modest Mouse? È nel lavoro minuzioso di ricerca sul suono, ricco di un gran bel casino di intrecci di chitarre e basso, più la batteria a dir poco matematica di Jeremiah Green. E si svelano gemme come Convenient Parking, popolata dal mantra alienato di Isaac Brock e dalla sua inconfondibile profusione di note deformate a colpi di tremolo bar. Persino l’incursione di un violino, in Jesus Christ Was An Only Child, è addomesticata secondo lo stile tachicardico di Brock.

Set live dei Modest Mouse

Il set di un concerto dei Modest Mouse

Questo “solitario, affollato west” è un sussidiario di geografia ammeregana secondo la generazione Y: le aride distese, il deserto tormentato sono stati rimpiazzati dalle cattedrali di cemento dei centri commerciali e da sterminati, alienanti sobborghi senza un orizzonte: «Well, aren’t you feeling real dirty / Sitting in your car with nothing / Waiting to bleed on the big streets / That bleed out on the highways and / Off to other cities built to store and sell?». Lo spirito on the road prosegue poi con il pezzo migliore dell’intero disco: Trucker’s Atlas. Polar Opposites sembra quasi una b-side dei Built to Spill ed è un’apertura che prelude a Bankrupt on Selling, un momento di dolcezza che però rincara la dose di cinismo e sarcasmo.
The Lonesome Crowded West, comunque, non è figlio unico: è il secondo capitolo di una tripletta eccellente, iniziata un anno prima con This is a Long Drive for Someone With Nothing to Think About e The Moon & Antarctica (che segue nel 2000). Diciott’anni dopo, continua a raccontare la favola suburbana dei Modest Mouse, caso piuttosto isolato di indie band di exploit fulmineo che non si è lasciata snaturare dal successo e che, anzi, ha continuato a incanalare la creatività con esemplare perspicacia, spiccando il volo dal nugolo di band di quegli (e questi) anni con un’alchimia unica e irripetibile. Oggetto di culto per chiunque si sia seduto ad ascoltare canzoni come Trailer Trash e se ne sia lasciato conquistare once and for all. «And it’s been a long time / Which agrees with this watch of mine».
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Il tour di Strangers to Ourselves non arriverà in Italia, ma visto che è già tempo di programmare le vacanze estive, qui trovate tutte le loro prossime date in Europa e negli Stati Uniti!