The Jesus and Mary Chain

THE JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY

Sfatiamo un falso mito: non è vero che la macchina del tempo non è stata inventata. Tra le molte reunion di questi anni, quella dei Jesus and Mary Chain riesce decisamente ad afferrarci per la collottola e a trascinarci di peso negli anni ‘80. Quelli di Psychocandy, per l’esattezza, che nel 2015 compie la bellezza di trent’anni tondi tondi. I fratelli Reid sembrano aver finalmente fatto pace (e anche se fosse solo in nome del vil denaro, ma che ce frega? Aridàtece la darkwave e lo Zeitgeist del 1985!) e il 19 luglio calcheranno il palco di Ferrara sotto le stelle per l’unica data italiana del tour con cui i Jesus and Mary Chain porteranno in scena proprio Psychocandy, in occasione del suo trentesimo compleanno – fossimo in voi, ci fionderemmo tout de suite sulle prevendite.

La copertina di Psychocandy dei Jesus and Mary Chain

I bene informati danno pure in uscita un nuovo disco per la band di Glasgow, che si era riunita l’ultima volta in studio nel lontano 1998 per registrare Munki. Da allora, avevano prevalso le incomprensioni tra Jim e William: tra i fratelli Reid non correva – a dir poco – buon sangue, e dopo circa quindici anni di attività sembrava che fosse stata scritta la parola “fine” sulla storia della band scozzese.
Una storia iniziata nel 1984, con il singolo Upside Down e una serie di live con cui i Jesus and Mary Chain attirarono l’attenzione della critica, ma anche un bel po’ di critiche per via del parapiglia che d’abitudine accompagnava i loro turbolenti concerti.
Bel caratterino, quello dei fratelli Gallagher ante litteram (e dei loro compagni di ventura): tra liti con il pubblico, strumenti sfasciati on stage, una certa familiarità con l’LSD, qualche accusa di blasfemia, e provocazione tout court, ai tempi di Psychocandy non si facevano mancare proprio niente.
Del resto, gli anni riottosi del punk, dei newyorkesi Ramones e dei britannici Sex Pistols, erano appena trascorsi. I Jesus and Mary Chain con Psychocandy ne raccoglievano i frutti, impastando un sound aspro e maudit con la dolcezza di melodie pop super accattivanti. Surfando spavaldi sui cavalloni della darkwave e maestri del cosiddetto “effetto Larsen” (volgarmente noto come feedback), fanno da apripista all’ondata shoegaze che arriverà di lì a poco.

I Jesus and Mary Chain live

C’è tutto un decennio, insomma, in Psychocandy. Just Like Honey è un capolavoro, lo sappiamo bene, sintesi della perfezione pop di cui i Jesus and Mary Chain erano capaci. E in quel verso, «Eating up the scum / Is the hardest thing for / Me to do», era già racchiusa la cifra stilistica della loro provocazione. Dopo la mielosa acredine d’apertura, si passa a un elogio dell’egoismo biker (The Living End). La vera rivoluzione scozzese si palesa però in Taste the Floor: a uno scheletrico pop vengono stravolti i connotati con un’esagerata distorsione. Come dire: da una parte gli Smiths, dall’altra i Sex Pistols, e in mezzo i Jesus and Mary Chain.

L’amore non corrisposto in Taste of Cindy e quello ormai spento in The Hardest Walk quasi ci farebbero sentenziare: sono solo canzonette. Se non fosse che la voce cupa e monocorde di Jim Reid, la claustrofobia dark di canzoni come Inside MeI’ve seen my time away / Blows up and far away / I’ve seen it all before»), il noise tiratissimo à la Hüsker Dü (Never Undestand, You Trip Me Up) e le atmosfere sognanti di Cut Dead tratteggiano un’estetica rivoluzionaria destinata a fare scuola.
Psychocandy non è “solamente” il disco migliore dei Jesus and Mary Chain: è uno dei più bei dischi pop di sempre. «I’m sowing seeds», canta Jim Reid. Ha indubbiamente seminato benissimo, se pensiamo che uno dei fenomeni brit più tipici tra fine anni ’80 e primi anni ’90, lo shoegaze di gruppi come My Bloody Valentine e Ride, ha avuto il suo imprinting con Psychocandy.
A ulteriore riprova di come la prepotente psichedelia candita dei Jesus and Mary Chain fosse la rivoluzione che gli anni ’80 stavano aspettando.