La Monarchia, Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio

La Monarchia.

C’era una volta un ragazzo che scriveva chino su un foglio, alla luce di una candela, preoccupandosi di mettere nero su bianco tutto quel che non riusciva più a tenersi dentro. La lettera ci avrebbe messo molti giorni prima di raggiungere il suo destinatario, perciò era bene essere sicuri di aver tirato fuori tutto quel che d’importante c’era da dire. Le città erano regni, divisi tra splendore e miseria: i poveri erano più poveri e i ricchi, come sempre, ricchi. Secoli più tardi, un altro ragazzo sta scrivendo i suoi pensieri sul luminosissimo schermo del suo cellulare, pochi secondi e il messaggio arriverà a destinazione. Nero su bianco led, caratteri chiari e squadrati senza alcuna inflessione, e l’infinita possibilità di comunicare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Ed è così che siamo finiti a “parlare per ore senza niente da dire”, cantano i ragazzi de La Monarchia in “Perdere”, brano all’esatto centro del loro disco d’esordio. “Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio” è il titolo dell’album, ma anche la sintesi dell’intera poetica degli 11 brani che racchiude.

La Monarchia sono quattro ragazzi toscani che, a suon di chitarre distorte e melodie decise, si sono affacciati nel panorama rock italiano. La carica delle canzoni, che hanno l’urgenza di strappare fuori i pensieri dal petto per urlarli a gran voce, è ben bilanciata da aperture più intime, che lasciano spazio alla riflessione. Prima ti spingono in mezzo al pogo e poi mettono in pausa, perché ai lividi è sempre meglio darci un’occhiata. Era una domenica pomeriggio, e loro erano reduci dal live della sera prima, ma nessun hangover ci ha impedito di fare due chiacchiere interessanti. Tutte le foto che vedrete tra le righe dell’intervista ci svelano il backstage del loro primo video, in prossima uscita (all photos by Alessio Rosati).

La Monarchia, Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio, backstage

Cosebelle: Questo è il vostro disco d’esordio, quindi devo partire dal principio: perché La Monarchia? Anche se devo dire che la cosa che mi ha attratto di più a primo impatto è stato il titolo dell’album. Secondo voi qual è il modo migliore per dirsi addio? (sempre che ce ne sia uno “migliore”).
Giulio: La scelta del nostro nome è derivata soprattutto dal suono e dalle evocazioni visive che stanno dietro alla parola monarchia. Stavo studiando un saggio dantesco che era appunto il “De Monarchia”, cercavamo un nome in italiano e questo mi sembrava d’impatto così lo proposi alla band. Inoltre è un nome abbastanza “grande”, contenitivo, che ci lascia spazio per altri mood oltre a quello che abbiamo già messo dentro questo disco.
Per quanto riguarda il titolo dell’album, è un po’ il contenitore di tutti i testi dei brani, è arrivato alla fine, per cercare di racchiudere il tutto. “Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio”, il significato dietro a questa frase-titolo è legato in particolar modo alla comunicazione: oggi “parliamo dieci lingue” perché abbiamo infinite possibilità di comunicare attraverso moltissimi mezzi, ma sembra che in fondo si vada sempre più verso una riduzione della comunicazione vera, quella di qualità insomma.
Il miglior modo per dirsi addio, in qualsiasi tipo di rapporto, coincide probabilmente col dirsi tutto quello che non ci si era detti prima, aprirsi.

CB: Io credo che lo sviluppo tecnologico, tutti questi social network, alla fine dei conti siano serviti più ad alimentare l’ego che a rafforzare i rapporti umani. Tempo fa ho visto un TED Talk di Sherry Turkle, in cui lei evidenziava quanto stiamo sacrificando la conversazione a favore della pura connessione. Pensate che il mondo digitale ci stia allontanando sempre di più dal saper comunicare veramente e profondamente gli uni con gli altri?
G: Sì, probabilmente ai giorni nostri si da più attenzione alla forma, all’estetica della comunicazione, quando poi in realtà manca la sostanza. Sconfinando nei vari social poi, secondo me, c’è una grande componente narcisistica, nel senso che tutto diventa uno specchio virtuale il cui riflesso non è reale, insomma.

La Monarchia, Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio, backstage

CB: Nei pezzi dell’album ritorna spesso il tema della solitudine e dell’abbandono; sullo sfondo emerge il sogno di un amore ideale e impossibile da realizzarsi. Da cosa sono stati ispirati i vostri testi?
G: Beh, non c’è un riferimento solo personale, non sono tutte esperienze provate in prima persona. A volte l’ispirazione viene da una situazione di una persona vicina, a volte da qualcosa vissuto personalmente, altre volte ancora è un calarsi in vari personaggi inventati che vivono però situazioni reali, nel senso di comuni a molte persone. La sfida era parlare a un livello “sociale”, ma non direttamente, piuttosto raccontando delle storie di vita vissuta che bene o male accomunano un po’ tutti.

CB: Nel mio delirio, a un certo punto, ascoltando il disco, ho pensato che il filo che unisce le canzoni sembra quasi quello che Arianna dona a Teseo per ritrovare la via d’uscita dal labirinto. Il dedalo, in questo caso, potrebbe coincidere con l’intricato meccanismo dei rapporti umani e il minotauro con la persona a cui dobbiamo dire addio. Perché, secondo voi, è così difficile cambiare rotta e lasciare il “mostro” nella sua casa?
G: (ride disorientato) Qui ci dai un’oretta?
Matteo: Ti posso dare la mia impressione: io non lo considererei un “mostro”, in realtà la difficoltà nel lasciare ciò che abbiamo sta tutta nel non sapere ciò che troveremo. In fondo siamo sempre alla ricerca del benessere, e andare verso qualcosa che non sappiamo se sarà meglio o peggio di ciò che stiamo lasciando spaventa sempre un po’. È questa la difficoltà del saper cambiare rotta.

CB: Ok, ora parliamo della musica al di là dei concetti che ci stanno dietro. In alcuni brani del vostro album le chitarre mi hanno riportato alle sonorità del mondo Interpol, specialmente in “Nervi Saldi” che è forse anche il brano più complicato del disco, per niente lineare. Avete mai pensato di fare pezzi puramente strumentali?
G: Beh “Nervi Saldi” è una voglia inespressa probabilmente. Come pezzo poteva effettivamente rimanere uno strumentale, poi la tentazione ci ha portato a inserire il cantato anche lì. (sorride, guarda gli altri) Poi visto che lei parlava delle chitarre io faccio (fo’) un passo indietro.
Vincenzo: Diciamo che tra di noi abbiamo molte influenze musicali diverse, tra cui sicuramente anche musica strumentale. I nostri ascolti sono piuttosto variegati, esulano dal solo rock italiano, e nel bagaglio che ci portiamo dietro c’è molto post-rock e post-punk, quindi qualcosa del genere poteva effettivamente finire nel disco. “Nervi saldi” è sicuramente il pezzo che più si avvicina a quella dimensione e non escludiamo di poter inserire qualcosa di strumentale in futuro. Magari dopo aver fatto già certe cose nel primo album potremmo, perché no, anche prendere quella strada.
CB: Artisti sul genere tra i vostri ascolti?
V: Mogwai, Explosions in the Sky, Ef, Godspeed You! Black Emperor, sono tanti i gruppi che si muovono in quel contesto lì.

La Monarchia, Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio, backstage

CB: Guardando le vostre prossime date del tour, ho visto che aprirete ai Fast Animals and Slow Kids al Sonar (sabato 7 Marzo). Cosa ne pensate di loro? E potremo vedervi magari anche in qualche data al di fuori della Toscana?
G: Speriamo! (ridono e si guardano, fanno sì con la testa) Probabilmente sì, abbiamo un paio di date ancora da definire ed è probabile che ci muoveremo un po’. Sarebbe anche molto bello, per ora abbiamo avuto una sola volta il piacere di poter suonare fuori Toscana, in occasione del MEI. Sono esperienze molto gratificanti, ecco.
M: I FASK li abbiamo ascoltati per la prima volta 4 anni fa; io organizzai una serata e li chiamai a suonare, era uscito da una settimana “Cavalli”. Da allora li abbiamo continuati a seguire e credo siano sicuramente una buona band italiana, hanno preso una strada tutta loro. Quindi sì, ci fa piacere dividere con loro lo stesso palco.
G: Sì, tanto di cappello, come si dice. Son bravi e ci piacciono, così come tante altre band, in Italia ce ne sono un sacco.

CB: Ora vi chiedo un po’ di collaborazione e di non barare. Avrete tutti Shazam (o simili), apritela un attimo e confessate la vostra ultima ricerca.
(silenzio degli innocenti, poi…)
M: Aspetta te la faccio vedere, comunque è un pezzo stra pop che si chiama (legge) “Reflections, MisterWives. Come mai questa domanda?
CB: Perché mi piace scoprire cosa cattura l’attenzione delle persone…
M: Ah ok, allora scoprirai un grande pezzo!
CB: Ok, però vorrei anche le ricerche degli altri tre componenti del gruppo
G: Sinceramente io non ho l’app, guarda ti spulcio il cellulare davanti… te ce l’hai! (dice a Lapo)
Lapo: Io l’ultima che ho shazzammato è stata “Galvanize“, fra l’altro due giorni fa penso.
G: Non ce l’ho davvero guarda! (mi mostra il cellulare davanti alla webcam e io mi fido anche se vedo solo dei graziosissimi pixel colorati)
M: Sì, lascia stare, loro sono giurassici!

La Monarchia, Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio, backstage

CB: Finiamo facendo un salto temporale enorme: la vostra prima musicassetta e l’ultimo disco ascoltato.
G: Che belle ste domande, mi garbano un botto.
V: Allora la prima musicassetta che ho comprato era dei The Verve, “Urban Hymns (quello di “Bitter Sweet Symphony“, per intenderci). L’ultimo disco, fammi pensare… non ricordo bene ora, ma di recente uscita o l’ultimo che ho ascoltato in generale?
CB: Come vuoi
Gli altri: Se ascolti la Pausini diccelo
V: No, la compilation di Sanremo (ride)… Comunque no, in macchina ora ho “EVOL” dei Sonic Youth che non è di certo una recente uscita, diciamo.
G: Io musicassette non ne ho mai comprate, però mio babbo mi regalò una raccolta di Lucio Dalla, tipo greatest hits. L’ultimo disco me l’ha fatto sentire lui (Matteo), è l’ultimo album di Colapesce (“Egomostro“).
M: La mia prima musicassetta era una compilation dove c’erano Scorpions e Queen (me lo faccio ripetere perché rimango perplessa), l’ultimo disco è il nuovo di Giovanni Truppi (album omonimo).
L: Io invece sono troppo giovane per le cassette ma il primo disco mi pare fossero i Green Day, sono stati un po’ il primo approccio a questa musica. L’ultimo invece sono Il Teatro degli Orrori, “Dal Vivo”.

Ci siamo salutati e ho dovuto premere il pulsante rosso di Skype per chiudere la chiamata; quel che avrei voluto fare sarebbe stato stringergli la mano, ma prometto di rimediare ad un bel live. “Parliamo dieci lingue ma non sappiamo dirci addio” è un buon inizio, uno di quei dischi che dopo un paio di ascolti inizi a canticchiare senza neanche accorgertene, ma sono sicura che dal vivo sia anche meglio.

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