The Decemberists

THE DECEMBERISTS – PICARESQUE

Che impegni avete per il primo marzo? I Decemberists di Colin Meloy vi danno appuntamento ai Magazzini Generali di Milano per l’unica data italiana del tour europeo di What a Terrible World, What a Beautiful World, il loro ultimo album, uscito il 20 gennaio.
L’atteso ritorno dell’eccentrica band di Portland (come le Sleater-Kinney, anche loro tornate in pista con un nuovo disco proprio a gennaio) rompe un silenzio durato quattro anni. What a Terrible World, What a Beautiful World inanella quattordici tracce con cui i Decemberists, menestrelli armati di humour e di testi curatissimi, riescono stavolta a conquistare un’inconsueta e sorniona semplicità.
Formazione in costante evoluzione, i Decemberists, i dichiarati Decabristi 2.0, dai tempi di Picaresque, il loro diamante del 2005, hanno assunto una missione rivoluzionaria proprio come i sovversivi da cui hanno preso il nome. Questa missione riguarda l’evoluzione del «rock», contenitore di mille proteiformi espressioni, dai contorni sempre più incerti: mica basta più il vecchio assunto sex, drugs & rock’n’roll, ormai.

La copertina di Picaresque dei Decemberists

Sarà che in questi anni l’aria del Midwest e del cosiddetto Pacific Northwest ha fatto un gran bene al palcoscenico indie americano (artisti come Bright Eyes, Laura Veirs, Shins e Death Cab for Cutie sono tutti appena dietro l’angolo rispetto ai Decemberists). Fatto sta che l’epopea musicale americana di inizio millennio ha vissuto un momento perfetto per il compimento del manifesto dei decabristi di Portland. Da quel momento perfetto è nato proprio Picaresque: il disco con cui i Decemberists si sono rivelati cantori di un’epica a stelle e strisce.
«La personalità se la può permettere, se la può concedere solo una piccola élite», cantavano i Baustelle. Una definizione che calza a pennello a Picaresque (e ai Decemberists). Colin Meloy, leader del gruppo, è un cantastorie davvero well-read che sembra uscito da Cemetery Gates degli Smiths. Ed è arcinota la sua adorazione per Morrissey, che va di pari passo con quella per la letteratura: entrambe alimentano, una rima via l’altra, il fuoco sacro della sua scrittura.
Un verso della traccia iniziale The Infanta, «Melodies rhapsodical and fair», delinea il confine tra teatralità e leggerezza pop, tracciato seguendo con profitto la lezione degli Smiths. A dire il vero, in The Sporting Life, storia di un atleta sconfitto sul campo da gioco e dileggiato da un destino impietoso, c’è spazio persino per una eco guascona di Lust for Life. Ma dallo scherzo si passa abilmente a momenti struggenti: un amore impossibile (We Both Go Down Together), una storia di straordinaria infelicità (Eli, the Barrow Boy).
The Bagman’s Gambit è un intreccio di politica e lussuria degno di House of Cards, mentre l’irresistibile 16 Military Wives – chiarissimo rimando alla guerra in Iraq – e From My Own True Love (Lost at Sea) affrontano il dramma di chi resta. The Mariner’s Revenge Song, invece, trova il suo habitat nella ballata narratrice di avventure in rima.

Una timeless ballad di romantico pragmatismo, The Engine DriverAnd I am a writer, writer of fictions / I am the heart that you call home / And I’ve written pages upon pages / Trying to rid you from my bones»), addolcita da un accordion e dai cori di Rachel Blumberg, sfuma poi in quella che è forse la canzone più bella di Picaresque: On the Bus Mall dipinge con tinte tenui lo squallore della prostituzione maschile. Una notevole prova della maturità artistica che i Decemberists avevano raggiunto nel 2005.

Colin Meloy, che già aveva ammesso: «I was meant for the stage (ero destinato al palcoscenico)», aveva così mollato le briglie della sua ambizione e perlustrato le più vaste esplorazioni, senza sacrificare l’accessibilità. A differenza dei dischi successivi, in cui l’approccio strumentale dei Decemberists segue scelte più chitarrocentriche, in Picaresque Meloy e compagni avevano scommesso tutto sulla fanfara: ottenuta con un disinvolto assortimento di strumenti. Scommessa vinta senza riserve con undici stornelli rapsodici e cortesi.