Melampus, Be Forest, live set

Melampus + Be Forest: live report.

Viola, indaco, blu di Prussia, nero: questi sono i colori che mi si stampavano sulle palpebre quando chiudevo gli occhi, sabato sera. A Torino c’è un tour organizzato che mostra i volti nascosti della città tra i simboli esoterici e le gallerie sotterranee, questo giro esplorativo è stato chiamato “Torino magica”. Ecco, per quanto io sia incuriosita da tutte le storie esoteriche che possono vestire una città bella come questa, sabato non sono scesa con nei sotterranei, ma nel basement dell’Astoria e l’atmosfera che si respirava non era poi tanto diversa. Scese le scale (con tanto di fila) si apre la porta nera, muro del suono che mi ha dolcemente spinto verso un mantra di note ancestrali e potenti. Sul palco solo in due: chitarra, basso, voce e molti, moltissimi pedali per governare quel suono così scuro ed etnico.

Melampus, Hexagon Garden

A tirare i fili (o girare le manopole, che è poi lo stesso in fondo) di tutto ciò è stato Angelo Casarrubia (che avevamo intervistato qui, chitarrista e manovratore di loop dei Melampus, insieme alle quattro corde e alla voce profonda di Francesca Pizzo. Torino è la prima tappa del tour che accompagna l’uscita del loro terzo album, “Hexagon Garden”, e si vede dall’emozione che traspare dietro gli occhi di entrambi. Le distorsioni della chitarra e l’elettronica della drum machine, sporcata da field recordings, riempiono lo spazio trascinando il pubblico paradossalmente dentro se stesso. La voce di Francesca è un abisso, un canto di sirena che ci avvicina a delle domande scomode (How many times you judge people you don’t know? chiede incessantemente in “Question #3”). Testi introspettivi e musica che crea vortici emotivi, con “Second Soul” ho visto i miei demoni passarmi davanti, senza paura.

Be Forest, Earthbeat

Sulla scia della stessa atmosfera quasi sciamanica, ai Melampus seguono i Be Forest. I tre ragazzi sono reduci da un tour oltreoceano, in un’America sicuramente diversa da quella delle tribù indiane che sembrano popolare l’immaginario della loro musica. Con “Earthbeat il viaggio è in terre lontane: quando gli indiani battono sul tamburo, rappresentano il battito del cuore del creatore, ed è proprio questo battito che da inizio al live (e anche all’album). È notte e davanti abbiamo una distesa d’acqua senza confini, dove cadono gocce a smuoverla e colorarla: “Totem” è un gioiellino strumentale stile “Intro” degli XX, il suono della chitarra, ma non solo, riporta inevitabilmente a loro. Quel che succede sul palco è carico di tensione emotiva che culla come le onde cullano chi si lascia andare. Nicola ondeggia con la sua chitarra come se fosse un metronomo in carne ed ossa – destra sinistra destra sinistra destra sinistra – se il pavimento non fosse stabile nelle sue fondamenta in 5 minuti tutti avremmo acquisito la stessa movenza (come in quell’esperimento di sincronizzazione fatto dai giapponesi qualche anno fa). Erica è in piedi dietro alla sua batteria, niente grancassa e molti “rim click”, mentre Costanza incanta con la voce e suona il basso che con le sue vibrazioni striscia sul pavimento e arriva dritto dritto dentro la gola. Chiudo gli occhi e mi sembra di essere in una specie di trance, “Captured Heart” riassume l’atmosfera molto bene.

Non ho usato i termini new-wave né dark-wave perché non mi piace ridurre le cose a mera etichetta. L’impressione che ho avuto, ascoltando entrambi i live, è stata piuttosto precisa. Avete presente quando il mare è calmo e si possono alzare i piedi senza la paura di non toccare? Si usa dire “fare il morto”. Per me è sempre stato “fare l’angelo”, come i bambini sulla neve. Entrambe le band danno il loro meglio sul palco, sta a voi lasciarvi andare recuperando quello spirito naïf che brilla negli occhi dei più piccoli (e dei più saggi!); mentre per ascoltarli su disco armatevi di cuffie, chiudete gli occhi e allargate le braccia.