Sleater-Kinney

SLEATER-KINNEY – THE WOODS

Vi siete mai chiesti che sound potrebbero avere tre tigri alle prese con due chitarre e una batteria? Se la domanda vi suona bizzarra, è arrivato il momento di rispolverare The Woods delle Sleater-Kinney dalla vostra collezione di dischi.

La copertina di The Woods delle Sleater-Kinney

Il 20 gennaio il trio Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss ha sfornato No Cities to Love. Preceduto da un ritorno sulle scene col botto nel 2013 e dal box set autocelebrativo Start Together (uscito lo scorso ottobre), No cities to love è il coronamento di due anni di intenso lavoro che spezza la lunga assenza causata dall’ufficioso disbanding seguito al tour di The Woods. A proposito di tour: quello di No Cities to Love vedrà la presenza fissa della polistrumentista Katie Harkin e, purtroppo, non toccherà l’Italia, deludendo le aspettative di chi già non vedeva l’ora di pogare sotto al palco al grido di: «If we are truly dancing our swan song, darling / Shake it like never before» (ma non disperate e guardate un po’ chi farà parte della lineup del Primavera Sound 2015!).
Dicevamo: nel 2006 le tre (ex) ragazze ormai di stanza a Portland (tanto che Carrie Brownstein è la star dello show satirico Portlandia), quelle che avevano urlato a gran voce «I wanna be your Joey Ramone» sul finire del movimento riot grrrl, si prendono una (lunga) pausa di riflessione. Lo stress inizia a chiedere il conto; gli impegni famigliari e altri progetti reclamano attenzioni. Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando, nel ’94, Brownstein e Tucker avevano fondato la band in una sala prove dalle parti della Sleater Kinney Road, nel sobborgo di Olympia (a un’ora di strada dalla grungissima Seattle).

La formazione attuale delle Sleater-Kinney

Le Sleater-Kinney: Janet Weiss, Carrie Brownstein, Corin Tucker

Impegno femminista, sfrontatezza punk, temi politici: con un melange molto 70s le temerarie Sleater-Kinney mettono a punto un originale sound spigoloso e aguzzo, basato principalmente sull’osmosi tra Corin Tucker e Carrie Brownstein, ex compagne anche nel privato. Uno scambio che si traduce in un equilibrio tra l’istintività quasi primordiale della voce di Corin e l’irrequieta ponderazione chitarristica di Carrie. E con The Woods, frutto di un estenuante labor limae in studio, il trio Tucker-Brownstein-Weiss cattura finalmente l’intensità emotiva della band.
L’album viene registrato quasi interamente live. È il disco definitivo, con cui le Sleater-Kinney saltano il fossato tra Ramones e Sonic Youth: e lo fanno senza funambolismi, azzardi, esagerazioni. The Fox, traccia d’apertura, è il primo colpo ben assestato: è suono spinto al massimo. In una famosa intervista di Eddie Vedder alla band, il leader dei Pearl Jam è sbalordito dalla voce di Corin: «Is she really doing that with her voice or is there a machine on that?».
What’s Mine Is Yours, il singolo Jumpers e Rollercoaster sono una bella sintesi tra estro punk/riot grrrl del gruppo, infittimento chitarristico e innata ricerca di melodia. La ballad sghemba Modern Girl estrae gli artigli con una gelida critica sociale: «Anger makes me a modern girl / Took my money, I couldn’t buy nothin’ / I’m sick of this brave new world». Anche Entertain solletica qualche nervo scoperto: «Reality is the new fiction, they say».
L’apoteosi rock di Let’s Call It Love precisa: «A woman is not a girl / I could show you a thing or two / I’ve got a long time for love» con un furioso crescendo di undici minuti arroventato dalle perlustrazioni noise di Carrie. Janet Weiss dà raccordo all’intero disco con esemplare e mai caotica versatilità ritmica.

Dieci anni di silenzio non hanno fatto invecchiare di una virgola il sound di The Woods. È un disco compatto, immune alla dualità tra ruvidità e morbidezza, che accorcia lo stacco di continuità con No Cities to Love. È presto per dire se quest’ultimo sia una nuova parola «fine» o il giro di boa che aspettavamo dalle nostre tre splendide quarantenni. Quel che è certo è che «To survive these days, you have to be either suicidal or superficial. Sleater-Kinney, meanwhile, get by simply sounding fucking supersonic».