Verdena, Endkadenz

Verdena.

Dal Vocabolario Cosebelle:
Endkadenz s.m.
1. effetto scenico teatrale – per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”: finisci il concerto con l’e.; Kagel è famoso per aver sviluppato l’aspetto teatrale dell’esecuzione musicale, vedi l’e.
2. sesto attesissimo album dei Verdena, diviso in due volumi (vol.1 uscito il 27 Gennaio 2015 e vol.2 atteso verso la fine della primavera): hai già sentito E.?; E. è una bomba!; con E. i Verdena hanno fatto centro un’altra volta.

Verdena, Endkadenz, vol.1

Scrivere una recensione sul nuovo Verdena in questi giorni è un po’ come mettere un altro pesciolino rosso in un laghetto pieno di pesciolini rossi. Il seguito del fortunato Wow era attesissimo e le aspettative ci hanno fatto fare voli pindarici ad alta quota (alimentati dal carburante silenzio criptico tipico della band). Endkadenz incomincia con un’ammissione: “Ho una fissa”, e così mi sembra giusto fare altrettanto scrivendo di questo lavoro: lo ammetto, ho un debole. Sono innamorata dei Verdena da molti anni e amo le loro canzoni come si ama ciò che ti fa sentire bene, a casa, ciò che ti fa sentire. Altrettanto sinceramente devo ammettere che, purtroppo o per fortuna, l’amore incondizionato non credo faccia parte di me: mi vengono subito in mente i Muse, che con “The 2nd Law”, mi hanno costretto al disamore. Ecco, questo con i Verdena non succede, non perché ho le orecchie foderate, ma perché loro non sbagliano obiettivamente un colpo.

Verdena, Endkadenz

Endkadenz è un caos ordinato, è il labirinto dal punto di vista del minotauro, una casa dalla quale non t’importa di uscire. I Verdena ammaliano perché sono indecifrabili, le loro melodie seguono percorsi mai prevedibili, sono una sterzata di lato improvvisa. Picchiano forte e poi si placano sui tasti bianchi e neri del pianoforte. Sono dei mutaforma, e a ogni album riescono a reincarnarsi in corpi sempre diversi, mantenendo però degli elementi familiari, il marchio di fabbrica che gli permette di riconoscersi e rincontrarsi nel nuovo mondo esplorato. Sempre nuovi e sempre loro: è una manovra che riesce a pochi. Endkadenz è tutto questo: è più scuro di Wow, più distorto, effettato, perennemente “in rosso”. Tra le curve del disco si passa da tratti più leggeri e “pop”, orecchiabili ma mai banali (come il singolo “Un po’ esageri”), a pezzi più cupi (“Rilievo”, “Diluvio”, “Inno del perdersi”, “Funeralus”), da contorsionismo (e qua arriviamo alle mie preferenze, la bellissima “Puzzle”) per poi tirare dritto tutto d’un fiato (“Derek”).

Insomma, l’ultimo lavoro dei Verdena conferma lo status, meritato, del gruppo rock italiano più in alto di tutti. Forse perché i loro testi sono un tutt’uno con la musica, cosa difficile da fare con la complessità della costruzione linguistica italiana che spesso non si sposa bene con l’istintività viscerale del rock. E forse per questo, a volte, appaiono incomprensibili. I loro dischi hanno sempre quell’aura di autenticità che ha l’arte fatta per l’arte. Il loro fregarsene dei meccanismi del marketing commerciale paga in stima e voglia di seguirli sempre: i loro silenzi durante la scrittura e la produzione dei brani, il loro pubblicare dischi doppi o a volumi (invece di dividere i pezzi e spargerli su due album diversi, farli uscire a distanza di un anno e fare due conseguenti tour per prenderci il doppio dei soldi). Tipo i Radiohead. I Verdena sono dove sono perché sono molto bravi, ma più di tutto perché sono veri. Veri e difficili. C’è chi un po’ esagera dicendo di sfidare il suicidio ascoltando i loro album dall’inizio alla fine, io al contrario lo faccio sempre: mi calmano, mi sfogano, mi comprendono e soprattutto mi “trovano semplice”.

Qui potete ascoltare il loro ultimo lavoro certosino, ma fossi in voi correrei a comprarlo (io l’ho già fatto).