Immagine di Cheyenne Randall

Immagine di Cheyenne Randall

Di recente mi è capitato di leggere un articolo del Guardian (in realtà uscito un anno fa) dedicato alle donne e ai tatuaggi, e più nello specifico sul perché le donne si tatuano, “Painted ladies: why women get tattoos”.

L’articolo è molto interessante e racconta le storie di otto donne, del come si sono avvicinate ai tatuaggi e perché hanno deciso di marchiare in modo permanente la loro pelle, sfidando – spesso più degli uomini – gli sguardi a volte di curiosità e a volte di disprezzo delle persone.

Consigliandovi quindi la lettura per intero delle otto storie se vi interessa approfondire la questione, insieme a qualche altro articolo a tema che vi linkerò in fondo all’articolo, vi riporto qui alcuni passaggi tra i più significativi.

Nella prima storia, Elise Harrison parla di un tatuaggio fatto a 16 anni e la prima forte affermazione: questa pelle è mia. Il ricordo di un’adolescenza, di un’amicizia lunga una vita, del periodo di classica disobbedienza adolescenziale attraverso cui siamo passati un po’ tutti. Tutte cose belle da ricordare e da non cancellare per nessun motivo al mondo.

The parlour wasn’t exemplary: the tattooist should have asked my age and turned me away, and I certainly wouldn’t be so impulsive now. But even so, my star reminds me of the most enduring friendship I’ve had, the optimism that characterised my late teen years and my innate disobedience. These are all good things, and none of them, like the tattoo itself, is an aspect of myself I’d want to rub out and forget. It wasn’t rebellion, it was reclamation. My first mark reads: this skin is mine.

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Un altro aspetto su cui riflettere è il modo in cui i tatuaggi su una donna vengono visti e giudicati, diversamente da quelli sugli uomini. Gli uomini spesso affermano la loro appartenenza ad un gruppo, ad una sottocultura, a una fede o a una famiglia. I loro tatuaggi possono essere legati al ricordo di una persona cara, un’amante, un figlio, un periodo in prigione o una conversione religiosa. Quelli di una donna solitamente sono solo visti come pacchiani, sciatti, banali. Per qualche strano motivo i tatuaggi su una donna sono giudicati soltanto in termini di attrazione sessuale o come indicatore sociale della sua disponibilità sessuale. Si chiede perché la pelle di una donna è considerata come un bene comune che non ha il diritto di alterare a suo piacimento, nella consapevolezza che questi segni inevitabilmente inizieranno a sbiadire e a perdere definizione con il passare degli anni. Perché aspirare ad una pelle sempre giovane? Cosa c’è che non va con pance, braccia e seni che col tempo si rilassano e cedono con il passare degli anni? Anche i tatuaggi dovrebbero dimostrare l’età che hanno, esattamente come tutto il resto del corpo.

Some things I have heard about women’s tattoos: they are chavvy, common, tasteless. They are a mark of the slut, the slapper, the loose woman. Men’s tattoos might be about allegiance to a gang, a subculture, a faith or a family. They might be to memorialise a lover or child, remember a journey, a period of time in prison or a religious conversion. Why are women’s tattoos often viewed in terms of their sexual attractiveness, or the indicator they are perceived to give about her availability? Why is women’s skin still considered public property she has no right to alter? Apparently, these marks of mine are a waste of money and they’re just going to fade, blur and sag.

It’s true. The ink will age at the same rate as I do – just like my grandad’s did. That’s fine with me. The marks aren’t decoration, aren’t designed to draw the gaze or enhance a feature, and even if they were, what’s wrong with skin that looks the age it is, rather than the air-brushed and painted flawlessness of an eternal 20-year-old? What’s wrong with bellies, arms and breasts that loosen and relax as the years pass? I want my tattoos to look the age they are.

Ma i tatuaggi non piacciono a tutti. Per molti detrattori forse la questione è una vera e propria paura della pelle di una donna. Quando una donna decide di segnarla in modo permanente afferma di non essere disponibile a ricevere le fantasie di nessuno proiettate su di sé e sul proprio corpo. Se la pelle è uno schermo, la donna ci scrive sopra. Dice al mondo – o forse solo a sé stessa – che la sua idea di bellezza è più importante dell’idea di bellezza di chiunque altro. Lei possiede il suo corpo e lo afferma con forza.

For others, I suspect the vehement dislike of tattoos is really a fear of women’s skin. When a woman makes her own mark on it, she isn’t quite as available to receive whatever fantasies you might want to project on to her. If skin is a screen, and a woman writes on it, she is telling the world (or even just herself) that her own standards of attractiveness are more important to her than the standards of anyone else who might cross her path. She is taking ownership.

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Anche quello che racconta Sukran Sahin parla dell’affermazione di una precisa identità; nel momento in cui lei per la prima volta si è sentita sicura di ciò che era, ha deciso di affermarlo al mondo. Ricordarlo sempre attraverso un segno sulla pelle. Dà una sensazione di potere l’idea di creare qualcosa di irreversibile e visibile, e di non avere paura di ciò che pensano gli altri. Non ha paura di essere giudicata anche se spesso le donne con i tatuaggi lo sono eccome, più degli uomini.

I got my tattoo about nine years ago, when I was 24, so I wasn’t that young and it wasn’t on a whim. I was thinking about it for a year. I’m not sure why I chose an anchor. I guess I like the maritime theme. The writing on it is more significant. It says, “The common breed”, which is a line from a Suede song. Suede sang about life on the margins, in council homes. I’m from a working-class immigrant background, and for the first time I felt sure about my identity. I wanted to do something to remind me of that moment. It felt empowering to create something irreversible and visible, and not to be afraid of what others might think. I’m not frightened of being judged – and women with tattoos are often judged, more than men.

Un altro punto fondamentale lo tocca Sami Spagnuolo quando dice di non vestirsi appositamente per mostrare i tatuaggi, ma bisogna mettere in conto che molte persone attaccheranno bottone, è inevitabile.

I don’t exactly dress to show them off, but I guess you don’t get tattoos unless you want them to be a talking point.

Queste sono soltanto alcune testimonianze; il discorso sarebbe molto più lungo e complesso e se volete approfondirlo vi lascio qui di seguito un po’ di link (tutti in inglese) per continuare la lettura.

Painted ladies: why women get tattoeed – per il resto delle interviste, questo il sito del progetto: Women and Tattoos

Debunking the “All tattoed women are broken”myth

Uno studio scientifico di nome: ‘Why Did You Put That There?’: Gender, Materialism and Tattoo Consumption

How do people see women with tattoos?

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