Tori Amos – Under the pink.

Sei la figlia d’indole indocile di un reverendo che ti vorrebbe tutta casa, chiesa e pianoforte – neanche foste sul set di Settimo Cielo – mentre tu, enfant prodige degli 88 tasti, padroneggi Beethoven ma preferisci suonare i Led Zeppelin e sei invogliata a trasgredire al sesto comandamento dai miagolii di Robert Plant. Queste premesse, più i drammi personali e, piccolo dettaglio, uno smisurato talento pianistico vocato al pop (ma per niente snaturato), non le hanno lasciato scampo: Myra Ellen Amos era destinata a diventare Tori Amos.

Nel 1994, dopo l’esperienza Y Kant Tori Read e il sussultorio esordio solista (Little Earthquakes), usciva il suo Under the Pink. Mentre grunge e tanto alternative rock scolpivano lo spirito 90’s, Tori Amos faceva la rivoluzione con pianoforte e voce, apparentemente più vicina a Kate Bush che non a Corin Tucker delle Sleater-Kinney.

Tori Amos al pianoforte

Selvaggia e sensuale amazzone del Bösendorfer ma, a differenza di Kate Bush, più strega che fata, Tori Amos interpreta altre sfumature dei 90s – e più complesse – con strabordante espressività. In Under the Pink e nei suoi altri lavori ogni canzone è una storia, spesso intima, con cui Tori si espone con fanciullesca, provocatoria, fiera vulnerabilità.

Tori Amos negli anni '90

Under the Pink le dona celebrità oltre i confini della bandiera a stelle e strisce. Cornflake Girl è il singolo pop impetuoso che trionfa in Europa e la sua canzone più famosa in assoluto. E se il pianoforte è addomesticato tra uno staccato e un’acciaccatura (ma vietato lasciarsi ingannare dall’impostazione formale di Tori), la rossa di Newton, North Carolina puntualizza: «Never was a cornflake girl / Thought that was a good solution hangin’ with the raisin girls». Meglio essere un ago che non il pagliaio, insomma, soprattutto quando si fa parte dell’altra metà del cielo.

Tori Amos nel 2005Il disco è interamente incentrato su ciò che accade sotto il “rosa” della pelle, il magma tumultuoso di stratificazioni emotive, la gamma di sentimenti che anima ogni individuo. È innervato di tensione qua e là (The Waitress ha il suo fulcro in un raggelante «Oh, I believe in peace, bitch»); alleggerito dal quadretto postribolesco di The Wrong Band a smaliziato tempo di walzer; sincopato in God, dove le modulazioni vocali di Tori e i suoi sospiri si armano di provocazione per scagliarsi contro quel Dio che proprio non ce la fa («God, sometimes you just don’t come through, babe / Do you need a woman to look after you?»). E sboccia con Past the Mission, a due voci con Trent Reznor: Tori esorcizza l’esperienza della violenza sessuale rifiutando la condizione di vittima, ispirata da Maria Maddalena.
In Under the Pink, la Amos cantastorie dà il meglio di sé quando riprende e approfondisce il flusso e l’ispirazione di Little Earthquakes, con arrangiamenti meno scarni ma non meno colmi di pathos: il suo genio compositivo è all’altezza delle sue non comuni doti di performer. In cristallina sintonia con Little Earthquakes, questo disco comunque anticipa alcune intuizioni che Amos svilupperà, soprattutto stilisticamente, nei successivi Boys for Pele e From the Choirgirl Hotel. Ma il legame con gli esordi è innegabile, tanto che lo stile con cui Myra Ellen si sente più sicura è quello a cui affida il compito di aprire e chiudere Under the Pink. L’inizio mansueto e poi inquieto con Pretty Good Year, la deliziosa Baker Baker, la doppietta di Icicle e Cloud on My Tongue, ma soprattutto Yes, Anastasia, che chiude con un raffinato omaggio alla granduchessa dei Romanov, sacrificata nel 1918 sull’altare della causa bolscevica, la suite di variazioni sul tema dei sentimenti umani. Il suo secondo disco trascrive l’articolato universo di Tori Amos, popolato da demoni personali e affastellato di figure femminili. Ed è anche (o forse soprattutto) questo che fa di Tori Amos un’insuperata cantrice di se stessa e di noialtri comuni mortali. Vent’anni fa, e sulla lunga distanza. Non perdetela live al Primavera Sound Festival di Barcellona, fresca di conferma.