Wilco band

I Wilco nella formazione attuale

WILCO – A GHOST IS BORN.

Il 2014 è un anno denso di anniversari e date da ricordare per i Wilco. Il ventennale della carriera, che festeggiano con la pubblicazione di una raccolta di rarità, live e b-sides (Alpha Mike Foxtrot, uscita il 17 novembre), mentre il loro frontman Jeff Tweedy lo scorso settembre ha dato alle stampe un disco, Sukierae, a quattro mani con suo figlio Spencer.
E soprattutto, quest’anno A Ghost Is Born compie dieci anni – e non li dimostra affatto. Ma facciamo un passo indietro.

La copertina di A Ghost Is Born dei Wilco

«I am an American aquarium drinker»: nel 2002 i Wilco iniziavano così, con un verso nonsense e con il pezzo meno radiofonico e commerciabile possibile, il loro quarto disco in studio, Yankee Hotel Foxtrot – quello che li avrebbe consacrati come band di riferimento dell’alternative rock americano degli anni duemila, accolto con entusiasmo pressoché unanime dalla critica e da una sempre più nutrita schiera di fan affezionati.
Dopo aver lambito le dolci vette candite d’ambrosia dell’Olimpo musicale, al momento di iniziare a lavorare su un nuovo disco i nostri eroi si saranno posti l’annosa domanda: «E adesso?». Jeff Tweedy, anima della band, finì in rehab durante la registrazione di A Ghost Is Born per una dipendenza dai farmaci per curare l’emicrania e, tanto per non farsi mancare nulla, pure attacchi di panico e depressione. Un malessere fisico ed emotivo che, in effetti, Tweedy sublimò in quest’album in un approccio cerebrale, scanzonatamente sofferto: una disillusione che ti motiva ad andare avanti. E non è mica da tutti, giusto?

Jeff Tweedy, frontman dei Wilco

Jeff Tweedy

La spiccata sensibilità pop di Tweedy e la sua capacità di sfruttare al meglio ogni collaborazione gli avevano fatto condurre per mano la band dagli esordi prettamente alt-country (A.M. e, soprattutto, Being There, nel biennio ’95-‘96) attraverso sfaccettate sfumature del pop/rock che si sentivano perfettamente a proprio agio con gli anni ’90 (Summerteeth, del 1999). Spiazzando, infine, tutti con un disco – Yankee Hotel Foxtrot, dicevamo – pienissimo di melodie pop saldate a dissonanze riecheggianti amarezza, schietto nell’interpretare il presente e l’immediato futuro con un carico di dolceamara ironia.
Arrivati a quel punto, dunque: avrebbe prevalso l’eclettismo? La vocazione pop? Via verso frontiere sperimentali inesplorate? At Least That’s What You Said, la prima traccia di A Ghost Is Born, non la prende certo alla larga: l’inizio sommesso dà tempo a Tweedy di cantare con un filo di voce qualche strofa, prima di deflagrare in un crescendo imperniato su una chitarra che si fa strada tra sprazzi pop e pura divagazione noise. Ecco l’eclettismo, ecco la vocazione pop, ecco la dichiarazione d’intenti riguardo la sperimentazione iniziata con Yankee Hotel Foxtrot due anni prima: sarà un punto cardinale di questo disco. Ma non il solo. In Hell Is Chrome (no, non è un’invettiva contro il browser made in Google!), su struttura maestosa e complessa, ma più canonica, nientemeno che il suo diavolo personale prende voce dalla bocca di Tweedy con un suadente e disperato: «Come with me» ripetuto ad libitum. Spiders (Kidsmoke) torna a ristabilire un ordine di priorità: tutta la traccia è rincorsa da un ipnotico giro che si ripete all’infinito per quasi tutti gli undici minuti, con esplorazioni che inseguono dissonanze poco consone ai Wilco così come erano stati fino ad allora, ma del tutto convincenti, come il vestito della festa che ci farebbe sentire strani se lo indossassimo nel quotidiano, ma che, in un’occasione speciale, ci fa riscuotere un sacco di complimenti. Altre tracce, come Muzzle of Bees, Wishful Thinking e Handshake Drugs continuano a muoversi in bilico in questa risoluta urgenza di trovare un nuovo percorso, tra afflato pop e ricerca di un’innovazione.
A proposito di afflato pop: è con questo che i Wilco non si smentiscono e danno il meglio. Hummingbird è il pezzo pop perfetto, di beatlesiana memoria, con il suo ritornello ascendente «Remember to remember me, standing still in your past floating fast like a hummingbird» (una delle canzoni in assoluto preferite dai fan della band di Chicago, brodo di giuggiole assicurato in ogni live), mentre Theologians rappresenta meglio di qualunque altra lo stile Wilco, musicalmente spensierata ma con un colpo di coda di frivola e serissima ironia: «Theologians, they don’t know nothing about my soul» e «No one’s ever gonna take my life from me, I lay it down, a ghost is born».
Il cerchio, o meglio: l’uovo (quello che è raffigurato sulla copertina dell’album), si chiude con I’m A Wheel, puro divertissement rock ‘n’ roll al 100%, che aggiunge un ritorno agli esordi a un disco che ha già dato ampia dimostrazione dell’eclettismo in salsa Wilco.

Wilco on stage

Una performance live dei Wilco

In questi altri dieci anni, ci sono stati l’ingresso nella band di Nels Cline (un guitar god armato di Fender Jazzmaster, che ha elevato all’ennesima potenza la virata chitarristica di A Ghost Is Born) e altri tre dischi in bilico tra daddy’s rockSky Blue Sky, Wilco (The Album) – e nuove sperimentazioni (The Whole Love), e questa è storia. Ad A Ghost Is Born va, invece, riconosciuto il merito di aver segnato nel 2004 la transizione durante una delicata fase di passaggio, e oggi è un apprezzatissimo classico contemporaneo. Racconta bene di come una band che abbia raggiunto l’apice della creatività (con Yankee Hotel Foxtrot) possa non cedere alla tentazione di cullarsi sugli allori e cercare un nuovo inizio a partire da ciò che sa fare meglio (canzoni pop di ampissimo respiro), con nuovi strumenti (sperimentazione tout court). Un ottimo motivo per ripescare questo album dalla nostra collezione e riascoltarcelo, in perfetto mood autunnale.