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Ogni storia raccontata da Christopher Nolan è un pretesto per indagare tre questioni fondamentali: il tempo, il virtuale, i sentimenti. Tre forze, che governano l’uomo al di là della sua vita cosciente aprendogli l’accesso a mondi dalle possibilità infinite. Nolan costruisce questi mondi grazie allo strumento-cinema, che ben si adatta a rappresentarli, saturo com’è di particelle oniriche e veggenza.

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Ecco che in Interstellar Nolan compie il viaggio dei viaggi, quello nello spazio sconfinato, nel mistero ultimo, insieme al buco nero siderale della mente. L’eroe, nei panni ruvidi di Matthew McConaughey, è l’incarnazione dell’uomo che è tale solo quando si fa esploratore, pionere di ciò che ancora non è stato visto, detto, fatto. Così deve sentirsi il regista quando pensa a sè stesso: rappresenterò quello che ancora non è stato rappresentato, mostrerò l’impossibile e poi, in qualche modo, ne verrò fuori.

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Nel compiersi di questo viaggio si mostra a noi il tempo in persona. Dilatato nelle quasi tre ore del film, che a tratti si sfilacciano in stagnanti minuti, e poi si contraggono in istanti infinitesimali che scorrono veloci come ali di colibrì. C’è in questa altalena – com’è dichiarato – il tempo di Einstein, relativo e sfuggente. Ma c’è pure tutta la storia del tempo, quella che impregna la terra ancor prima delle stelle. Il tempo della scienza che è una freccia che va da qui a lì, e non torna indietro mai. Che si può misurare col metro dei secondi, dei minuti, delle ore. Che ha un prima e un dopo e basta. Poi c’è il tempo della coscienza, che è simile ad un cerchio elastico o ad un cono, con la punta che saltella nel presente generando onde sul lago increspato della memoria stratificata. Questo tempo è liquido e non può essere misurato se non con i moti del cuore. Congela gli amanti in un abbraccio che perdura, distrugge il passato il presente e il futuro, mischiando le carte in una variabile ma perenne infinità. L’eterno ritorno dell’eguale.

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“Un’ora sulla Terra, sette anni qui”, dice Nolan con Bergson evocando la durata, il tempo immensamente relativo della coscienza umana. Ha un pregio il cinema di Nolan, quello di aprire a tutti le porte del virtuale. Nel rendere visibile e comprensibile con spiegazioni e dialoghi hollywoodiani ciò che per molti è solo una sensazione indistinta. L’esistenza di un mondo altro che alberga dentro di noi ed è fatto di una materia intangibile, l’impalpabile essenza dei sogni, l’evanescente consistenza del probabile, tutto lo scatolame del passato. Il virtuale insomma, che ci governa forse più della realtà.

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Ed è grazie al ponte del virtuale che arriviamo all’amore. Per Nolan – e ha qualche senso anche per noi – l’amore è il ponte tra due mondi, il wormhole delle galassie parallele. L’unica forza di cui tutti riconosciamo l’esistenza e che pure non si può vedere, non si può toccare, se non sotto forma di presagio. E’ ciò che sentiamo prima ancora di “sapere”, che è multiforme, sconnesso dalla ragione, eppure, eppure, come negare che esiste al di là di una reazione chimica o di un battito del cuore? Dice Nolan col suo cinema massimamente romantico che quando non ci sono risposte, quando tutto appare confuso, indistinto, il miscuglio letale di reale e virtuale che è la vita, ecco, ragazzo mio, quando ti sembra di non poter afferrare ciò che non vedi nemmeno riflesso in un’ombra sul muro, pensa all’amore. Ha la stessa consistenza della forza di gravità, che non t’appare se non nei suoi effetti, ma c’è, eccome se c’è.

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Non perdete tempo a capire la relatività di Einstein, perchè non sarà una laurea in astrofisica a spiegarvi questo film. Non gongolate delle falle scientifiche e delle incongruità. Non era l’intento di Nolan fare un saggio spettacolare sui buchi neri. Una passeggiata nella memoria, una passeggiata in un sogno, una passeggiata tra le stelle. Sono tutti buoni pretesti per parlare d’amore.