C’è una parola per descrivere quella sensazione di perfetta familiarità unita a straniamento che si prova certe volte guardando qualcosa di apparentemente sconosciuto e pure vagamente inquietante? Probabilmente sì. E probabilmente è una parola tedesca.

weileder meridiano

Le opere di Wolfgang Weileder occupano temporaneamente una delle sale della collezione permanente del MAMbo di Bologna, con Meridiano, personale dedicata a quest’artista tedesco – britannico di adozione, che impegna una parte importante del proprio lavoro a indagare le relazioni che intercorrono tra spazio e tempo, tra ciò che è permanente e ciò che è transitorio. Guardando per la prima volta alle opere di Weileder, questi grandi formati che fluttuano sulle pareti ci sembrano insolitamente familiari. Qualcosa che conosciamo, che abbiamo immaginato, sentito e visto anche noi. Allo stesso tempo però sono immagini oggettivamente irriconoscibili. Sì perché queste enormi elaborazioni fotografiche rappresentano dei mondi in qualche modo noti, ma impossibili da decifrare, le immagini svaniscono come risucchiate in un punto fuori campo, in quel tempo sospeso tra sonno e veglia. Immortalano l’istante esatto in cui due momenti si sovrappongono e svaniscono l’uno nell’altro, il punto in cui diventa impossibile distinguerli.

weileder meridiano

weileder meridiano

Le opere della mostra Meridiano, dicevamo, sono grandi stampe fotografiche elaborate digitalmente. Ci avviciniamo per cercare di guardare meglio, qualcuno accanto a noi sussurra “ma sono dipinte?”. Ci domandiamo se quello che da lontano ci sembra un castello, uno scoglio sul mare, o forse una barca a vela, lo sia davvero, la nostra immaginazione viaggia sospinta da una incerta consapevolezza. Quindi ci avviciniamo a un palmo dall’immagine, per scoprire che si trattava semplicemente di un grumo indistinguibile di pixel, e che forse la risposta l’avevamo già quando stavamo più lontane, a chiederci se quello fosse proprio uno scoglio. Probabilmente lo era, o forse no, ma il punto sembra non essere neppure questo. Il punto è piuttosto che forse non abbiamo sempre bisogno dell’ovvietà didascalica dell’alta definizione per sapere e capire quello che stiamo guardando.

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In queste immagini, in una soluzione unica sono comprese infinite sequenze spazio-temporali. Non è un solo istante quello che stiamo osservando, ma un’infinita serie di momenti impressi su pellicola e rielaborati digitalmente tramite un software dedicato. Questo risultato finale si ottiene con la realizzazione di migliaia di scatti dello stesso paesaggio con fotocamera fissa, a intervalli di pochi secondi l’uno dall’altro, e per diverse ore. Successivamente questo software elabora le informazioni e riesce a comporre l’immagine finale mettendo in successione i diversi segmenti corrispondenti ognuno a un momento, un intervallo temporale diverso ricomposto nello stesso spazio.

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Il tutto dicevamo ci appare familiare e allo stesso tempo sconosciuto. In tutte le fotografie una voragine nera inghiotte metà dell’immagine e ci è pressoché impossibile dire di sapere cosa sia quello che sta davanti a noi, ma per qualche ragione per quanto straniante ci ricorda qualcosa, è la stessa linea di orizzonte che abbiamo guardato tante volte anche noi.

La stessa linea di orizzonte fotografata in un infinito numero di istanti, ricomposti in una sola immagine.

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Alla fine ci decidiamo a uscire, ancora indecise se quella fosse una barca a vela o un castello abbandonato.

Che poi, probabilmente era entrambe le cose.

DOVE&QUANDO
Wolfgang Weileder, “
Meridiano” a cura di Gino Gianuizzi, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Fino all’8 dicembre 2014