Un anno fa ho avuto l’onore di scrivere un breve post per Zelda was a writer, un contenitore di preziosi attimi poetici e infiniti spunti creato dalla generosa Camilla Ronzullo. Ero stata invitata a raccontare di certi miei incontri con spazi liberi che incorniciavano pezzi di cielo lungo un provinciale. Quello non era un bel periodo. Sono andata a rileggermi a distanza di un anno e mi è venuto da sorridere perché dietro la condivisione delle mie parole c’era soprattutto la necessità di convincere me stessa. A dire il vero un po’ ci sono anche riuscita, forse proprio grazie agli effetti benefici di un certo tipo di attività social, quella mossa dal desiderio positivo di condividere momenti di vita vera. Il web è abitato da molte persone ispiranti che riescono ad animare reali momenti di sana socialità. Camilla l’ho abbracciata davvero durante un workshop della creativa Gaia Segattini (altra musa meravigliosa) e sto continuando a seguirla con molto interesse. Dopo quegli spazi liberi sono trascorsi per me lentissimi mesi di inconcludenza. Tanti attimi di niente. Come l’esperienza in un call center, l’apertura e la chiusura di una partita iva, i non-colloqui di lavoro, le non-risposte e tutto quel bagaglio di vita personale che inevitabilmente ci ruota intorno. Finché un giorno di questa benedetta primavera ho incontrato lui: l’albero ingabbiato.

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Direte: ma questa non c’ha niente di meglio da fare che intrecciare sofismi tra le cornici di spazi pubblicitari invenduti e cantieri a cielo aperto? In effetti può darsi benissimo che questo sia il mio inconcludente destino. Sappiate comunque che quell’albero l’ho notato dalla finestra dell’ufficio in cui mi trovavo a lavorare (quello della partita iva che ho poi deciso di chiudere anche grazie a questo incontro). Durante la pausa pranzo potevo non andare a guardarlo da vicino? Impossibile per me resistergli. Si tratta di un cantiere a impatto zero, uno della serie ‘inquino quindi rimedio‘. E’ nell’Enviroment Park del Quartiere Dora a Torino. La cosa più emozionante è stata entrare nella struttura che ingabbia l’albero. Ho immaginato la profondità delle sue radici, ammirato lo slancio vitale delle sue fronde e ho cercato di portarmi via un po’ della sua ostinazione, di quel suo dignitoso esserci nonostante tutto.

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Con rinnovata energia l’ho omaggiato. Prima di andarmene, appoggiata al suo tronco, ho rivolto una rumorosa pernacchia – dito medio incluso – al prepotente dirimpettaio, l’albero di trenta piani che abita l’altra parte della strada vicino al mio ex ufficio.

Di lì a poco ho trovato nella casella dello spam la prospettiva di un progetto che mi ha riempita di gioia. Lavorare con i bambini di una scuola internazionale gestita da una cooperativa sociale. No, Linkedin non mi è servito.

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I poeti ci ricordano quanto gli uomini siano come dei sogni di ombre. 

Il mio augurio quindi è quello di poter vivere tanti momenti di niente, quelli fatti di ombre con cui sognare e di pernacchie da dispensare.

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>> I racconti di Zelda scritti per Cosebelle Magazine li trovate qui