Burning Man, Black Rock Desert, Nevada

Burning Man, Black Rock Desert, Nevada

Com’è la primavera nella San Francisco Bay Area? Le temperature salgono timidamente, qualche giornata limpida con un venticello conciliante ti fa correre ad Ocean Beach a passeggiare sulla spiaggia e osservare i snowy plover intingere le lunghe zampette nere sul bagnasciuga. Il cambio di stagione si nota più che altro per autosuggestione, salvo l’inequivocabile meraviglia di giganteschi alberi di magnolia in fiore. Primavera è anche quando si comincia a pianificare partecipazioni per Burning Man, il leggendario evento artistico che prende luogo tra Agosto e Settembre nel deserto del Nevada dal 1990, ma che ha origine quattro anni prima proprio a San Francisco, a Baker Beach, Presidio. Come il rituale pirotecnico da cui prende il nome, il festival di Burning Man viene allestito e deflagrato nel giro di una settimana grazie al supporto della comunità sempre più internazionale che ogni anno accorre a questo baccanale artistico collettivo. L’anno scorso l’evento ha contato 68000 individui e assemblato una vera e propria città temporanea nel deserto. A Burning Man si celebra lo stile di vita più autenticamente bohemien, naturismo incluso, e si sperimenta l’espressione artistica più radicale, indipendente e immaginifica dei suoi partecipanti. Una straordinaria concentrazione e varietà di artisti contribuisce con installazioni visionarie e monumentali – vedi la costruzione di un Tempio che viene poi ritualmente raso al suolo; assurdistiche, utopistiche e cyberpunk – vedi i Veicoli Mutanti; immediate e transitorie – uno dei capisaldi di Burning Man è la centralità dell’esperienza e una delle regole di responsabilità civica dell’evento è il non lasciare traccia; interattive e performative, come sculture cinetiche, elettroniche, con elementi di fuoco o di decomposizione.

Tra i più audaci e a dir poco rimarchevoli di questi artisti c’è un certo Jim Mason, ingegnere per ingegno, fondatore e direttore dell’officina collaborativa di costruzione artistica The Shipyard per arte meccanica, cinetica ed elettronica su larga scala, e assiduo contributor di Burning Man con installazioni artistiche costruite con motivazioni concettuali, dalla gigantesca palla di ghiaccio contenente 100 orologi cristallizzati di Temporal Decomposition (1997) al Mechabolic, un lumacone macchina da corsa alimentato a immondizia (2007). Prima di scoprire Burning Man, Jim ha studiato ingegneria meccanica, antropologia e filosofia a Stanford, scegliendo antropologia per il suo interesse in appropriazione culturale e dirigendo uno scambio artistico cross-culturale tra la Nuova Guinea e Stanford, culminato nella creazione di un giardino di sculture permanente on campus. Dal 1999 al 2006 ha inoltre fondato e diretto il Rosetta Project, un database online di tutte le lingue umane sopravvissute e documentate al mondo (l’ALL Language archive parte del The Long Now Foundation), attualmente la più estesa risorsa linguistica esistente sul web. Perché vi racconto tutto questo? Jim è soprattutto il fondatore di ALL Power Labs, una start-up operata da geni della pirotecnica e feticisti del metallo, focalizzata nella creazione di strumenti per la generazione di corrente elettrica distribuita e nella ricerca comparativa open source sulla conversione termica di biomassa. Whaaaat?

Power Pallet magic box © All Power Labs

Power Pallet magic box © All Power Labs

Quando si pensa alla San Francisco Bay Area come fucina del futuro è facile farsi ingannare dallo specchietto per le allodole dei social media e delle apps. Io penso invece a questa raffineria di Berkeley in cui ho avuto la fortuna e il piacere di incappare grazie ad un annuncio su Craigslist. Qualche giorno fa Fast Company gli ha dedicato un articolo approfondito e appassionante definendo il loro Power Pallet, un generatore di energia di piccola scala alimentato a biomassa grazie ad un processo di gassificazione, “potenzialmente, il più importante e trasformativo prodotto energetico mai sentito”. Parliamo di un congegno magico che trasforma trucioli di legno e noci di cocco in elettricità e di un progetto industrial-utopistico mandato avanti da un team di 35 individui che vi farà sfilare i calzini.

Il quartier generale di ALL Power Labs, un capannone la cui zona scoperta è occupata da vecchi container da spedizione, è nella stessa proprietà che dava spazio al collettivo sperimentale The Shipyard, in cui massiccie costruzioni pirotecniche prendevano letteralmente fuoco e fiamme. Inizialmente The Shipyard era composto da una cinquantina di vecchi container da spedizione ammucchiati attorno al perimetro del lotto a fungere da “uffici” privati individuali, lasciando lo spazio centrale per lavoro e strumentazione condivisi tra gli artisti. Jim Mason pensava così di aggirare la regolamentazione cittadina in merito a costruzioni per così dire più permanenti, ma nel giro di pochi mesi la città di Berkeley li lasciò senza corrente. Dovendo provvedere alle esigenze energetiche del loro art studio, Jim e i suoi compagni si ingegnarono per costruirsi un micro-impianto elettrico proprio. Intrigato dai motori a combustione interna e dal puzzle tecnologico di creare un’alternativa “pulita” ai generatori, Jim Mason cominciò ad esplorare l’idea del gassificatore per uso individuale. I sistemi di gassificazione (corto per: conversione da biomassa a gas all’interno di un contenitore ad alta temperatura in assenza di ossigeno) sviluppati finora – dalle luci di Parigi di fine secolo alle macchine da guerra naziste – utilizzavano principalmente carbone come combustibile, producendo quindi catrame che essendo tipicamente mitigato dal filtraggio dell’acqua lascia oltretutto stagni di fanghiglia tossica – questi tipi di macchine inefficienti e inquinanti sono ancora molto diffuse in India e in altre parti dell’Asia.

Il progetto è cominciato nel 2008 con il Gasifier Experimenter’s Kit (GEK), “una specie di Linux dell’energia”, un esperimento in scienza collaborativa e ingegneria open source. Questi kit di componenti modulari con parti di metallo da ritagliare rappresentavano l’opportunità di iniziare una conversazione globale sulla conversione termica di biomassa, incoraggiando una comunione di intenti che coinvolgesse ricerca partecipativa, istruzione e hacking DIY. I primi clienti erano soprattutto università, laboratori, e appassionati aggiustatutto da garage, compreso qualche lunatico in preparazione per il giorno del giudizio. La vendita dei progetti digitali ha inoltre contribuito a creare un primo gettito di entrate che permettesse ad APL di sostenersi economicamente e investire nello sviluppo del Power Pallet, sollecitato dall’aumentare di richieste e dalla crescente domanda per un prodotto completo che raffinasse il gas e producesse elettricità a basso costo, specialmente da parte dei paesi in via di sviluppo.

Mr Fusion © Back To The Future

Mr Fusion © Back To The Future

Come funziona il Power Pallet? Mettete insieme Mr Fusion (non a caso il logo di APL) aka il genio della DeLorean di Back To The Future alimentata a rifiuti, un processo tecnologico per niente fantascientifico e vecchio quanto le società umane come quello della pirolisi, e un marchingegno con una tanica di metallo da 200 litri circa sopra un intrico di tubi e guarnizioni, corredato da un pannello elettronico Arduino. Il marchingegno, che pesa 544 chili, viene venduto per 27000 dollari ed è poco più grande di un frigorifero commerciale, non è altro che una piccola raffineria capace di convertire biomassa come gusci di noci, tutoli di mais, trucioli di legno, in gas ricco di idrogeno, che attaccato ad un motore a 4 cilindri brucia il gas per generare elettricità. Più precisamente, il gas idrogeno dà potenza a un motore di 10 o 20 kilowatt che permette la creazione di elettricità, in modo analogo ad un comunissimo generatore. L’elettricità alimenta un terminale che può essere collegato direttamente ad elettrodomestici o dare corrente ad una piccola rete elettrica. Mediamente, 12 chili di biomassa possono alimentare 3 unità abitative per un’ora. Se fatta in modo “pulito”, il carbone generato dalla pirolisi è biochar, fra l’altro un buon fertilizzante, e le emissioni del Power Pallet sono adatte al clima atmosferico di una serra.

L’obiettivo a medio-lungo termine di APL è distribuire un nuovo elettrodomestico “da-rifiuti-a-energia” su scala individuale, come un personal computer di energia, o una lavatrice di elettricità – una macchina che carica il carburante della biomassa-rifiuti direttamente onsite e lo converte in forme multiple di energia (elettricità, riscaldamento, refrigerazione etc) e prodotti (purificazione dell’acqua, biocarbone, carburante liquido etc) proprio dove sono richieste. Attualmente il Power Pallet supporta generazione di elettricità a corrente alternata (AC), può essere modificato per produrre riscaldamento e adattato per prese di potenza (PTO in inglese), per esigenze di lavoro quotidiano di piccola scala. Un singolo Power Pallet può generare fino a 20 kilowatt di elettricità, abbastanza da alimentare i bisogni energetici domestici medi di almeno 3 unità (fonte: US Energy Information Administration). Il team di APL sta lavorando sulla versione 5 (o “V5”) del gassificatore al cuore del Power Pallet, migliorando efficienza e semplicità operativa e cercando di muoversi nella direzione di un elettrodomestico che non ha bisogno di experienza per essere fatto funzionare. Si tratta, in sostanza, di ridurre la complessità operativa che al momento richiede l’intervento di un operatore ben preparato e abbassare i costi – il prezzo del Power Pallet per ora è come quello di una macchina.

Il 90% delle loro vendite sono a clienti internazionali e ad oggi oltre 500 dei loro sistemi è presente in oltre 50 paesi nel mondo, sviluppando micro-reti elettriche in Liberia, Uganda, Indonesia, Filippine, Kenya, Malawi, solo per citarne alcune, e supportando ricerca in oltre 50 università, tra cui l’Università di Modena e Reggio Emilia (BEE Lab) e il Dipartimento di Ingegneria Meccanica di Tor Vergata a Roma. Menzione speciale va ad uno dei loro clienti italiani, il “Distretto Agricolo Energetico Territoriale” (DAET), un modello etico organizzativo di economia agricola che prevede l’impiego di fonti di energia rinnovabile per la produzione di energia termica e elettrica, utilizzando una piccola parte delle aree agricole per coltivazioni dedicate e per il recupero dei scarti agricoli. Presentato dal Consorzio Produttori Agricoli Acque Minerali Umbre, il progetto ha vinto il primo premio per la categoria “Comunità Sostenibili” nel 2009 nella campagna SEE (Sustainable Energy Europe). Una rete cooperativa di contadini sta valutando di ricavare energia anche da vecchie viti. Non è difficile intuire quanto potenziale bioenergetico questa possibilità potrebbe offrire in un territorio caratterizzato da un’alta concentrazione vinicola come quello italiano.

Per curiosi residenti o visitanti la SF Bay Area, APL offre open house a cui ci si può iscrivere. Di tutti i landmark che potete vedere nel circondario questo di sicuro vi darà modo di fare dello story-telling che lascerà secchi i vostri interlocutori.

All Power Labs
1010 Murray Street
Berkeley, CA 94710