L’era di Spotify è l’Impero delle compilation, dunque si potrebbe iniziare a crearne una che giri intorno all’insulto più in auge nell’anno grillino: il sempiterno “Vaffanculo”. Per condurre l’impresa a compimento dovremmo infelicemente passare da Marco Masini, sostare sull’Adius di Piero Ciampi, essere travolti da un vortice di italianità veracissima, profonda e anche un po’ scomoda, fino ad approdare a Daniele Pace. Autore milanese compagno di Silvio Berlusconi nei lunghi tour sulle navi da crociera, Daniele Pace ha scritto e adattato in italiano una quantità infinita di canzoni che tutti abbiamo ascoltato e cantato molte volte, ha mantenuto saldo un piede nella tradizione riuscendo comunque a muovere i propri passi nel campo minato della provocazione, specie in quella costruita ad hoc per raccontare i costumi e gli usi della nostra Prima Repubblica: a lui si devono tanti brani di Caterina Caselli, dei Camaleonti, di Alberto Radius, ma anche un ruolo fondante e di leader massimo nella formazione degli Squallor.

bigsquallor_2 Nel 1979, sulla scia del successo e della follia della band, Pace pubblica un suo LP intitolato Vitamina C che, proprio come avveniva nei testi degli Squallor, si divide tra italiano e dialetto napoletano, dando vita a quadretti pop dai riferimenti sessuali ironici esplicitissimi, utilizzando un linguaggio colorito disteso su tappeti di languori sonori erotici tipici di quegli anni, in un immaginario costruito sul confine tra la fine dei 70s e l’inizio dell’era degli yuppies, della Milano da bere e del ‘cocaine socialism’. Forse qualcuno ricorderà La Sberla, un programma tv andato in onda su Rai Uno per due stagioni, tra il 1978 e il 1979, diretto da Giancarlo Nicotra – futuro direttore di Drive In – . La sigla di chiusura di questo programma dall’impianto cabarettistico e lontano dal varietà tv tradizionale, era Che t’aggia fa’, un pezzo di Pace estratto proprio da Vitamina C.

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Anche Vaffanculo viene da quest’album, ha un testo completamente folle, fatto di piccoli stralci di conversazioni, di desideri erotici raccontati, di sospiri, respiri, narrazioni della quotidianità borghese sempre interrotte, che finiscono tutti in un ‘vaffanculo’ quasi liberatorio, come se dietro ci fosse qualcosa da lasciare per andare avanti ma davanti nulla da abbracciare, a parte un ‘vaffanculo’ nuovo. La canzone è una ballata parlata davvero molto seducente, maschile, lontana, un pezzo raro di vera retromania, un’onda di erotismo fine anni Settanta che possiamo facilmente visualizzare come una camicia con un paio di bottoni slacciati, una mano che stringe un bicchiere di cristallo in cui si dondola un alcolico fortissimo, la location è uno di quegli appartamenti fitti di modernariato tipici dei b-movies dell’epoca. Vitamina C sembra pura B-music ma in realtà nasconde tra i solchi un grande musicista che, oltre ad aver scritto i ‘temi’ di questi racconti, li ha anche arrangiati: il geniale Gian Piero Reverberi qua nascosto sotto lo pseudonimo Ondar. A suo modo un’esperienza nichilista, piena di classe media che esplode, di poltrone girevoli, di Fausto Papetti di sesso e ironia.

“Voglio una ventenne che mi porti il caffé a letto e che mi dica scopi bene solo tu (e non è vero)”.

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