Nel 1972 Francesco De Gregori e Antonello Venditti, poco nascosti dietro il nome “assolutamente senza senso” di Theorius Campus, esordiscono insieme con un disco omonimo. Le canzoni che vanno a comporre l’album non sono scritte, a parte un paio di casi, a quattro mani ma da ognuno singolarmente, allo stesso modo non vengono quasi mai cantate dai due insieme e, nella maggioranza dei casi, è l’autore del brano a cantarlo poi nel disco.
Negli annali della musica italiana, di quell’album, restano molti brani scritti e interpretati da Venditti, in primis Roma Capoccia, ancora oggi una delle canzoni più importanti dell’intera carriera dell’autore. Sul lato B di quel 45 giri c’era un pezzo invece abbastanza dimenticato, Ciao Uomo, un dialogo a-la-Space Oddity tra un astronauta e il capitano dell’astronave: il pezzo partecipò alla Mostra Internazionale di Musica Leggera a Venezia e vinse la Gondola d’Argento.

Theoris_Campus_-_Etichetta_lato_B
La vera chicca del disco, però, è un brano particolarmente unico perché irripetuto, a livello formale, sotto diversi punti di analisi, dal suo autore, De Gregori. In mezzo a storie raccontate ora in italiano, ora in romanesco, il Principe inserisce una canzone in inglese, l’unica della sua carriera. Il titolo è Little snoring Willy e il pezzo sembra essere la radice di molte canzoni un po’ filastrocchesche e piene di immagini oniriche che l’autore scriverà pochi anni dopo – a partire dalla bellissima Sono tuo.
Se l’enormità di De Gregori sarà quella di far conoscere profondamente, quasi didascalicamente, Bob Dylan all’Italia, mentre tutti gli altri – a partire dagli autori della scuola genovese – erano molto influenzati dal cantautorato francofono, in Little snoring Willy sembra invece aleggiare l’ombra di Syd Barrett.

Viene da pensare, canticchiando la storia del piccolo Willy che russa, che va in un bar a Piccadilly, che cerca amore e con una camicia color miele pensa alla propria madre sulle stelle, a Effervescing elephant, ad alcuni pezzi di The madcap laughs ma anche al gatto di Lucifer sam in The piper at the gates of dawn, il primo LP dei Pink Floyd. L’atmosfera, la voce di De Gregori e  i cori oscuri che la avvolgono, sono di deriva totalmente psichedelica, oltre il suono della chitarra acustica si intravede il gioco di un esperimento che Francesco De Gregori non ripeterà mai più.