selene

La settimana scorsa, nelle serate immediatamente successive a quelle del Festival di Sanremo, Rai Uno ha trasmesso in prima serata una fiction in due puntate dedicata alla figura di Domenico Modugno. Protagonista era Beppe Fiorello, a cui era affidato il difficilissimo ruolo del cantautore pugliese, di cui venivano raccontati gli esordi, dall’infanzia all’esplosione internazionale dopo la vittoria sanremese di Nel blu, dipinto di blu. La fiction era di dubbio livello, come non di rado accade a queste operazioni televisive Rai, dove i dialoghi affettati tendono a infarcire il dramma di una retorica posticcia ricca di un sentimentalismo povero, risibile. Beppe Fiorello, però, a cantare Modugno – più che nella mimica e nei dialoghi – è stato bravo ed è riuscito nella non semplice impresa di ricordare ai telespettatori un passato italiano dimenticato o mai conosciuto, quello in cui, agli esordi, Mr. Volare – come lo soprannominò Elvis  – ha portato il folk al centro della scena musicale italiana, usando un dialetto inesistente – misto tra il suo pugliese e un più facilmente esportabile siciliano -. L’Italia ha avuto il suo folk, insomma, come gli USA e come, diversamente, la Gran Bretagna, un folk abitato da animali innamorati e agonizzanti (Lu pisci spada) che cantano alla luna (Lu grillu e la luna), di filastroccheschi e popolari giochi di parole capaci di raccontare l’amore con novella ironia (La donna riccia ) o storie sociali ed emotivamente eccezionali fatte di animali e uomini diversamente imprigionati nelle proprie vite difficili (Lu minaturi, Cavaddu  cecu de la miniera).
Da non trascurare però, è anche quello che Modugno ha scritto e cantato dopo il Sanremo ’58, quando tutti, qua in Italia come a New York, impazzivano per una visione pop a suon di “Volare oh ohh, cantare oh oh oh ohhh”. Selene, ad esempio, è un pezzo del 1961, oggi sconosciuto ai più nonostante impazzasse, all’epoca, nei dancing della domenica pomeriggio per quel suo essere, oltre le parole, un canonico ballabilissimo twist. Ciò che colpisce di questo pezzo è l’elemento che non esiteremmo a definire psichedelico che lo riguarda. Nel testo, Modugno in prima persona parla alla sua donna dalla luna, la invita a salire da lui, a raggiungerlo, spiegandole che, semplicemente, con un salto si può arrivare molto in alto e pesare la metà della metà. E’ chiaro il discorso metaforico, parzialmente assimilabile a quello di Nel blu, dipinto di blu: allontanarsi dalla terra equivale a smettere di vivere con i problemi del quotidiano affanno sulle proprie spalle, significa finalmente liberarsi, ballare insieme, partire, amarsi senza fatiche, senza sprechi, leggeri come piume. Una visione alla Syd Barrett, o una luccicanza lontanissima di quei primi versi di Thom Yorke che in Sail to the moon – bellissima – apre dicendo “I sucked the moon /I spoke too soon /And how much did it cost?”

Partiamo.