Non è stato semplice, negli anni, arrivare alla conclusione di Umberto Saba che individua la rima “fiore-amore” come la più antica e difficile del mondo. Quando sei ragazzino può capitarti, viaggiando sul filo dell’ebbrezza della scoperta, di innamorarti di canzoni “difficili” che solo dopo anni capirai sul serio, in tutta la loro stratificazione e in tutti i loro significati magari neppure troppo nascosti. Allo stesso modo puoi perdere la testa per qualcosa di apparentemente semplicissimo che si rivelerà nel tempo in modo inesauribile, a piccoli pezzi, piccolo verso dopo piccolo verso, arrivando così a delinearti qualcosa di monumentale, di enorme, di inatteso.
Un’avventura di Lucio Battisti appartiene senza dubbio al secondo gruppo di scoperte. Lato A di un 45giri vendutissimo, che vedeva sul B Non è Francesca, è in concorso al Sanremo del 1969, accompagnata da un’esibizione centrale e più che mai unica della storia del Festival. La stampa non vede Battisti di buon occhio: capellone, impacciato, con una vocalità gracchiante e appesantita dalla timidezza sono solo alcuni dei modi con cui viene descritta sui giornali quotidiani e non, da Natalia Aspesi e da molti altri, quell’avventura live sul palco di Sanremo.

battistisanremo

Eppure quella performance è eccezionale, un Battisti compìto, effettivamente intimidito come da suo ben noto carattere, sale sul palco con un foulard bianco al collo e inizia a cantare questo pezzo apparentemente semplice e incredibilmente pop nel testo e nei suoni, altamente debitore al rhythm and blues, dotato di una sessione di fiati capace di avvolgere il brano in un crescendo totalizzante. Si impara, guardando queste esibizioni dei Sanremo di molti anni fa, come le più riuscite siano quelle in cui, piano piano, il testo e i suoni vengono abbracciati dall’interprete, molto lentamente, quelle in cui l’esplosione arriva lenta e poi definitiva, imperiosa. Maestro, in questo, fu per primo Domenico Modugno, seguito tra gli altri, come vi raccontavo qua, da Adriano Celentano. Un’avventura si presta perfettamente a questo modo di stare sul palco e Battisti, naturalmente co-autore del pezzo – cosa non molto consueta per i Sanremo dell’epoca -, sa bene come il brano vada rac-cantato al pubblico: le strofe si rincorrono, il ritmo cresce, l’enfasi schiacciante di una delle più belle canzoni d’innamoramento italiane, insegue sé stessa e così anche la voce di Battisti si alza, il suo corpo si scioglie in un ballo leggero e infine in un grido d’amore: “Innamorato, sempre di più”, è questo il verso semplice eppure paralizzante, che detta la legge mimica della canzone e della performanca, naturalmente all’epoca non compresa e poi eternamente rimpianta.