Ciana

Parole poetiche, divertenti, sonore, spesso in disuso o semplicemente dimenticate.
Vi ricordate il vocabolarietto nel quale, da provetti scolari, trascrivevamo le nuove parole che incontravamo nello studio? Ecco, ora capovolgiamo quell’idea. Riappropriamoci delle “vecchie parole”, fissiamole nero su bianco per non smarrirle. Che sia un semplice esercizio stilistico o un modo per arricchire nuovamente il nostro linguaggio ecco le nostre parole “di una volta”.

Vivere in Toscana, per l’esattezza a Firenze, impone uno sforzo linguistico non indifferente per chi come me “di sciacquare i panni in Arno” non ha grande dimestichezza né discendenza.
Termini che in altri luoghi sarebbero classificati come volgarismi qui sono conservati gelosamente sotto lo stendardo d’italiano puro.
Nella giungla di vocaboli astrusi io ho adottato la mia parola: ciana.
Amo la sua sonorità, la sua concisione e il rimando alla mia quotidianità fatta di “chiacchiere” (nell’accezione frivola – benigna, s’intenda) con le amiche.
Le ciane, infatti, solitamente si muovono in branchi e se in passato l’esser additata tale era alquanto dispregiativo l’attuale utilizzo ha più dello scherzoso che del malizioso.
Il cianio, attività della suddetta, è tipicamente (ed erroneamente) associato alla sfera femminile, della serie se la curiosità è donna il pettegolezzo è di Madama Ciana:

Illustrazioni di Federica Aradelli