Sembrerebbe che l’estate di San Martino si sia dimenticata di fare il suo dovere ma, finchè tutta questa pioggia non combina troppi danni, direi che potremmo perdonarla… Se non altro per tutte le volte in cui siamo stati noi a dimenticarci di lei.
In questo periodo sono “lontana” dall’Italia e, forse per questo, più e diversamente vicina ad alcune delle sue tradizioni; ieri era il giorno di San Martino, e il mio buon proposito per il weekend è stato quello di trovare un modo per celebrarlo anche a distanza. Così sabato mattina sono uscita molto presto e sono andata al mercato alla ricerca di un torrone, o di qualcosa che potesse in qualche modo assomigliargli.

Inutile dirvi che non l’ho trovato: al mercato c’erano pancakes, oilebollen (dolce con cui in Olanda si apre il periodo di attesa di Sinterklaas, il nostro San Nicola – ma questa è un’altra storia), praline di ogni genere, olive, pasta fresca, aringhe, formaggi, frutta, verdura, tantissimi fiori… C’era la pasta fresca e non c’era il torrone. Non che io ne vada matta: in un’altra circostanza avrei senz’altro preferito il pancake al miele della bancarella marocchina, ma ne avevo bisogno per celebrare San Martino a modo mio.
Il primo ricordo che ho della giornata di San Martino è forse anche l’unico: il che vuol dire che da un anno imprecisato della mia vita alle scuole elementari non ne ho mai più parlato con nessuno. Senza che ci sia un motivo particolare, ovviamente, se non che l’11 novembre, col passare del tempo è diventato, sempre più, soltanto il giorno dopo il 10 e prima del 12.
Tornando alle scuole elementari, però, ricordo che un anno mia zia mi chiese di accompagnarla al mercato di San Martino per comprare il torrone. La nostra celebrazione finì qui (o forse una volta tornate a casa quel torrone lo abbiamo pure mangiato, non ricordo), però è rimasta, e rimane, impressa nella mia memoria.

L’associazione del torrone a San Martino non riesco a recuperarla: mi sono documentata un po’ ma tra i tanti dolci e piatti tipici che in pochi ancora preparano per questa ricorrenza, il torrone proprio non compare. Quanto di più simile al torrone sono riuscita a trovare fra le tradizioni delle diverse regioni italiane è lo scacciu, il nome siciliano per l’abitudine più ampiamente diffusa di mangiare frutta secca alla fine dei pasti dei giorni di festa. Insieme alla frutta secca, per finire il pasto, si consumavano dei biscottini all’anice duri comu li corna, che venivano inzuppati nel moscato o nel vino novello, e che mi hanno ricordato molto i cantucci.

I biscotti di rito e il moscato compaiono addirittura in una cronaca dello Statuto di Palermo del 12 novembre 1876; mentre un libretto popolare in versi dialettali siciliani recita che a San Martino:
L’usu dici immancabili
manciari lu gallottu
e si finisci all’ultimu
cu muscatu e viscottu.

Viene da pensare che fosse una festa molto praticata, vista anche la buona usanza allora diffusa di non andare in casa altrui il 10 e soprattutto l’11 novembre, perché tutte le donne erano affaccendate in cucina e una visita equivaleva ad una tacita richiesta di invito; per la serie “Cosa cucini?” “Pollo arrosto” “…” “Ti fermi a pranzo?”.
A proposito di pollo, il tipico menù di San Martino prevedeva l’oca – sostituita, là dove questa non fosse ancora stata importata dall’America, dal galletto ruspante glassato e, a seguire, un’insalata con la prima ricotta e le prime arance di stagione, talmente aspre da essere perfette come levasdegnu, per alleggerire i sapori forti degli altri piatti.

In Veneto San Martino è un po’ più moderno, ed è diventato un cavaliere di pasta frolla e cioccolato da esibire in pasticceria; un soggetto che altre regioni italiane –l’Abruzzo, ad esempio- hanno reinterpretato come dolce pasquale, eliminando il cavaliere e mantenendo solo il cavallo.
In Puglia, invece, si fanno le frittelle con ripieno salato, come omaggio al prodotto tipico regionale per eccellenza, l’olio d’oliva. Una storia popolare racconta che l’undici novembre di molti anni fa un ricco proprietario terriero, volendo festeggiare un abbondante raccolto di olive, chiamò i contadini che lo avevano aiutato nel raccolto e fece assaggiare loro le frittelle fritte con l’olio prodotto dalle olive raccolte. In ogni casa c’era (e in alcune c’è ancora) un tavolaccio di legno per lavorare la pasta (lo stesso che si usava per fare le orecchiette la domenica), intorno al quale si lavorava di solito tutti insieme con l’immancabile mattarello di legno e il taglia pasta a zig zag.
Sono quasi sicura che di tutto questo sulla maggior parte delle tavole italiane ieri fosse presente al massimo il pollo arrosto (sulla mia neanche quello, ma ho la scusante “estero”). Abbiamo però perso una buona occasione: era infatti il giorno conclusivo del periodo precedente la quaresima minore (che durerà fino a Natale), quindi da oggi: dieta!
Scherzi (e torrone) a parte, quello che più mi affascina di queste tradizioni è la loro componente più semplice: il fatto stesso che lascino dietro di sè qualcosa da ricordare, madeleine terapeutica di una grigia giornata di novembre, accompagnata da buone letture e una tazza di thè.

Cover: Giada Fiorindi
Photo Credits: Labna | Cambiando Strada
Fonti: Alessia Ragno | Antonino Uccello | Giulia Rizzi | “Mangiare di Festa – Tradizioni e ricette della cucina siciliana”, di Basile e Musco Dominici, ed. Kalòs | Martina Giustra

Chi avesse bisogno di un ripasso veloce sulla storia di San Martino può trovarne uno molto carino ed intuitivo qui.