di Francoise Héritier

Forse a Dicembre finisce il mondo. Prova ne è che quella appena trascorsa è stata una delle peggiori estati da quando è stata inventata l’estate. Cruel, cruel summer. Non sono piovute rane dal cielo, è vero. Eppure chiunque intervisti mi riporta un resoconto di piccoli o grandi drammi privati, incomprensioni o nel migliore dei casi disagi di varia natura che io interpreto in maniera del tutto arbitraria come chiari segnali di una imminente Apocalisse.

Se i quattro cavalieri dovessero arrivare a pareggiare i conti, sarebbe bello farci trovare con una lista in mano, proprio come quella dell’antropologa Francoise Heritier, che descriva loro la ricetta del nostro esistere. O meglio, come citato nel titolo, “il sale” delle nostre vite, il “quanto basta”, ciò che eccede dagli ingredienti fondamentali e che tuttavia costituisce l’equilibrio perfetto del sapore.

Allieva di Lévi-Strauss, portabandiera del “pensiero della differenza”, la Heritier dimostra di essere – con questo bel testo pubblicato da Rizzoli – come noi tutti, anche molto altro che una funzione di pensiero finalizzata al ragionamento. A comporre la sua personalissima ricetta, nata come una lettera ad un amico, sono un insieme di sensazioni, magistralmente identificate e scomposte, dall’universale – il cinema, l’amicizia, l’amore – al particolarissimo – i fiori di zucca fritti, il contegno di Robert Redford.

E leggendo una lista così privata a tratti ci si sente guardoni ma in altri momenti ci si ritrova a sussultare per un particolare, ricordo, o volto, o profumo, che anche nella nostra vita ha garantito un “incontro”, un istante perfetto in cui il mondo esteriore e quello interiore combaciano, creandone un terzo, privo di conflitto e infinitamente più ricco.

Francoise voleva parlare del “puro e semplice fatto di esistere”, esistiamo per la varietà infinita di sensazioni che ci compongono. E da questo composito e caotico quadro emerge infine una domanda fondamentale: ” Chi sono “io” al di là delle definizioni che di me possono dare gli altri, dell’aspetto fisico, del carattere che grossomodo è definito alla nascita, dei miei rapporti con gli altri, degli impegni professionali e personali, dei legami di parentela e di amicizia, della reputazione, delle lotte, dell’ambiente sociale che si frequenta, al di là di tutte queste definizioni probabilmente corrette ma anche artificiose e ingannevoli?”

Poniamoci tutti questa domanda, scriviamo la nostra lista, e poi facciamoglielo vedere il Giorno del Giudizio, chi è l’Uomo.