Là annidata dove quasi tutti ci siamo dimenticati, in una via che incrocia piccola il Naviglio Grande e fa pensare istintivamente a Carlo Emilio Gadda si annida una Milano che per molti non esiste più, quella antica, che lotta forte e nascosta dagli occhi dei più per conquistarsi uno spazio che le spetta di diritto, quello capitale di centro della cultura che fu e che, più furtivamente, è ancora.
Incroci di figure di artisti trafiggono il cuore dell’ultima domenica del mese, degli angoli camaleontici del quartiere Bovisa e di quello di Città Studi, nei week-end più vuoto che durante la settimana per ragioni ovvie e ormai divenute anche loro parti integranti della storia dei quartieri.

Si narra che un giorno in un appartamento di una casa popolare al numero 3, casa che è facile figurarsi a Milano sud, forse nella traversa di una traversa di viale Umbria, un tizio di nome Antonio Teocoli, detto Teo, originario di Taranto ma milanese dalla testa ai piedi, famoso per essere membro de I Quelli, band beat italiana che diventerà poi la PFM, diede una festa alla quale partecipò anche uno di quei tipi strambi che alle feste ci sono sempre, quelli che non ballano, non cantano, stanno fermi e osservano. Enzo Jannacci lo guarda dall’altra parte della stanza e lo chiama Il dritto, svincolando il termine da quel suo significato pop imperante nei primi anni ’50. Il dritto non è più uno forte, giusto, ma è uno che sta lì, dritto, fermo, a osservare.
La consueta ironia di Jannacci, in questa canzone poi portata al successo da Milva, si fa carico di un passaggio al letterarale che è consuetudine del Nostro e che ridà alle parole i propri significati originari, spesso più ridicoli di quelli figurati.
Una canzone in italiano per avvicinarvi a una Milano in dialetto, caleidoscopica, fatta da ghisa, di prostitute, di feste, di malinconia al sorgere del sole, quella del Santa Tecla e della puttana Veronica che la dava a tutti, per una cifra modica, al Teatro Carcano “in pe'”.