Io e te, Maria

Piero Litaliano, Piero Ciampi, uno di quegli autori che solo nell’ultimo decennio hanno ricevuto, finalmente, un po’ della fama che avrebbero meritato ben prima. Morto in giovane età di malattia, gonfio di vino che doveva essergli salvifico anziché no, Ciampi, livornese, è stato uno dei più lucidi cantautori della sua generazione, amico di Franco Califano come di Gino Paoli e ammirato da tutti per quella scrittura nervosa, attenta, piena di rabbia, di ironia, di sfrontatissima dolcezza inerme.

Conosciuto dai più per il sonoro e reiterato “ma vaffanculo!” di Adius o per quell’ode al vino, di un’onestà francamente travisata da generazioni di giovani pessimi Bukowski, Ciampi ha lasciato una discografia che è invece un ricchissimo baule di storie umane troppo umane, di tenerezze, schiaffi, fughe e ritorni. Una discografia tormentata come fu altresì la sua esistenza troppo breve. Non appiglio sonoro di tutti gli innamorati disillusi, di tutte le storie finite ma infinite per chi è rimasto, le canzoni del cantautore toscano fluttuano nell’interstizio vitale che sta tra il pop e la poesia.

La scelta è stata dura ma Io e te Maria (1973) è esempio sintetico e impeccabile di tutta la scrittura musicale e lirica di Ciampi, dai fiati al netto cambio di tono in vista di un ritornello fino a un testo che beh, affronta in uno stile del tutto nuovo il tema d’amore più antico della storia: lei se n’è andata.

Il “Dio come ti amo…” di Modugno si trasforma qua in un laicissimo “Gesù, Gesù…quanto amore, quanto bene” ricordandoci come fosse ben più usuale, allora, cantare, dell’amore, lo stupore e, dell’abbandono, i deliri, la distruzione, l’orgoglio spento.

Buon ascolto, proiettatevi sul raccordo anulare, sotto un ponte sul Tevere o sul Po, in mezzo ai ghiacci, su un prato in fiore, l’amore non dà tregua e Piero Ciampi ce lo ricorda ancora.