di James Franco

Esistono persone ambiziose. Sono coloro cui non basta vivere una vita soltanto, quegli individui che, nell’incertezza della promessa resurrezione, si portano avanti col lavoro e di vite ne conducono due o tre contemporaneamente, che non si sa mai.

James Franco è uno di loro. Bel ragazzo americano prima, ha conquistato le teenager con ruoli da bellimbusto in pellicole main stream, per poi divenire il sogno proibito delle couguars metropolitane in film di nicchia, sguardo inquieto in tasca e cattivi propositi alla mano.

Non contento si è presentato da produttore al Sundance, perfettamente calato nei panni del videoartista, con le mani ancora sporche dell’olio e dell’acrilico dei suoi dipinti, lasciati ad asciugare a casa.

Infine ha scritto. E vi assicuro ce non l’ha fatto per raccogliere il plauso di schiere di gongolanti intellettuali. Il settimo giorno si è riposato. Ed io ho iniziato a leggere il suo In Stato di ebbrezza, edito da Minimum Fax.

L’Adolescenza. L’Anarchia. L’Apocalisse. Tripla A. Classe energetica massima. L’Alfa, quando tutto comincia. Con passo da beat generation indaga James Franco i paradossi dell’adolescenza, quando tutto è confuso e inspiegabilmente distinto. Si è sul punto di finire come una supernova in mille pezzi, la pelle che tira dall’interno e un alieno che tenta di uscire. Un’insana voglia di autodistruzione, sono sicura che non l’avete dimenticata.

A Palo Alto i ragazzi di piombo di Franco marciano compatti come falangi armate, guarnite di micidiale ingenuità e di quella certa freddezza che invade le ossa quando si è in bilico sulla linea bianca che separa la strada dal burrone.

Resta una gran voglia di sterzare, restando così immobile nella fotografia di un tempo schizofrenico e individuale, fare qualcosa per evadere, premere un grilletto, spaccare una finestra, spezzare il cuore a qualcuno.

In Stato di ebbrezza ha il sapore del ferro quando assaggi per la prima volta il sangue. Ci ricorda con assoluta necessità, ciò che disse Proust quando cercava, senza ben sapere cosa, un certo qual tempo perduto ripercorrendo la memoria dei sensi.

“Ma l’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa”.