di Elisabetta Rasy

Malinconia. Un dolce oblio che invade il corpo. Un senso di perdita che satura l’aria dell’odore delle rose sfiorite. Un godimento inatteso che proviene dalla tristezza di cui la vita è pregna, sebbene pur sempre bellissima. E non la tragica voglia di abbandonare la vita, ma l’attesa ineluttabile del fatto certo che sia lei che t’abbandona e che tuttavia qualcosa perduri, continui per sempre a restare, immune alla morte, nella culla del tempo.

Il cibo lasciato sulla tavola ingombra di resti, lenzuola sfatte in un quadro di Goya, libri immortalati dal pennello mentre il vento ne sfoglia le pagine in una camera vuota, con la finestra aperta, senza traccia umana che compaia a fermare la corrente, restituendogli la pace.

E una certa atmosfera di morte alla luce dolce della candela. Caducità dell’uomo di fronte a città eterne che ospitano fantasmi nelle alcove delle loro rovine.  Donne ritratte nella brutale solitudine del volto piagato di rughe, a segnalare che la bellezza svanisce, ma rassegnate e in fondo pacificate, perchè non c’è nulla da fare.

E poi gatti. Testimoni silenziosi dell’intimità del focolare, domestici e selvaggi, pronti ad essere abbandonati. Sguardo felpato e malinconico di gatto, presso le case e le chiese, che inarcano le schiene come ponti tra il particolare e l’universale, l’umano e il divino.

Elisabetta Rasy scrive per Skira uno splendido pamphlet sulle figure che nell’arte e nell’architettura sono andate a comporre l’immaginario umano di nostra regina Malinconia. Caravaggio, Giorgione, Goya, Hopper qualcosa ne lega gli sguardi attraverso i secoli, rendendoli eterni, in nome di un oscuro sentimento avvolto nel mistero.

L’immagine restituisce agli occhi un vago sentore della mente, quella sensazione di perdita che investe gli oggetti che ci sopravvivono, resi eterni dal ritaglio della cornice. “Ovunque un oggetto giace al suolo…ovunque giaccia, l’oggetto che giace al suolo insinua in chi lo contempla il malessere di ogni cosa caduta, abbandonata, dimenticata. Nel tempo eterno dell’immagine nessuno lo raccoglierà”.

Di fronte a quegli oggetti caduti, non siamo che visitatori del tempo.