Potrà sembrarvi assurdo ma molte canzoni italiane da mangiadischi io le ho imparate da Nanni Moretti che nei suoi film non si è fatto mancare nulla e tra una scena pronta a dare il proprio contributo alla nascita e alla diffusione dell’aggettivo “morettiano” e l’altra, infilava veri e propri capolavori: ascoltati, ballati, cantati, declamati, urlati. Tutti o quasi vi ricorderete della sequenza lunga e commuovente in cui in “Palombella rossa” il buon Nanni incalza stonato e incazzato la sua versione di “E ti vengo a cercare” di Battiato e ugualmente forse non vi sarà sfuggito quel bel momento de “La stanza del figlio” in cui durante un viaggio in automobile con tutta la famiglia si canta a gran voce “Insieme a te non ci sto più” di Caterina Caselli, brano di straordinario tentativo liberatorio, gutturale e di pancia “io cerco boschi per me e vallate col / sole / più caldo / di te”: così, scandita, eterna e bellissima.

Eppure la mia attenzione cade sulle perle apparentemente più nascoste: una di queste è “Lei” di Salvatore Adamo che esce da un juke-box e anima i tormenti estivi dei giovani che ballano lenti su una pedana tra i lampioni. A osservare la scena, naturalmente da lontano, due giovani amici di Nanni: “Fa molto film di Fellini, che bello” dice uno all’altro che non riesce a scostare gli occhi dalla scena e la guarda con attrazione e repulsione.

Così ho conosciuto Salvatore Adamo sul divano di casa guardando Moretti con mia made e mi sono ritrovata ben presto a scoprire che l’italobelga ha una carriera fatta di alti e bassi, ok, ma sterminata, ricchissima di canzoni dal gusto inestimabile che si disseminano in forma di 45 giri in tutti i mercatini d’Europa. Salvatore Adamo incarna tutta l’anima melò italiana che si mischia a quella francese, molle, svenevole e per qualcuno, come la sottoscritta, di un romanticismo emblematico, archetipico, irresistibile.

Se ad esempio un brano come “Amo” sfiora la perfezione della dichiarazione amorosa su violini perfetti, devo confessare che il mio Adamo preferito è quello che non ce la fa più, quello che grida e spiega l’amore fino ad incarnare così l’inclinazione reale e smodata di ogni amore vero: “Non mi tenere il broncio” dove spiega alla sua bella che la gelosia retroattiva è spreco perché le altre, quelle di prima, erano amorini mentre lei è quel che verrà o ancora “La notte” dove, come un novello Inquilino del terzo piano in preda a sé stesso, il nostro le dice che se di giorno riesce a non perdere la testa al pensiero di lei che non c’è più, la notte, beh, il suo ricordo diabolicamente personificato, lo fa impazzir.

La mia preferita, negli ultimi tempi è quella in cui lui le dice basta perché non riesce più a nascondersi, a fare l’amante, a rubarle baci che invece la realtà dei fatti destina a un fidanzato che non è lui. E così alla fine persino Adamo riesce a non amarla più.

Pensate sia una palla pazzesca tutto questo? E io allora vi sfido a trovare qualcosa che vi faccia venire più voglia di ballare…