di Isabel Allende

Maya è una ragazza come tante. No aspettate un attimo. Maya è un’orfana. O quasi. Un padre ce l’ha ma è troppo occupato a girare il mondo per stare con lei. Vive con i nonni, una donna minuta e superstiziosa e forte e un uomo gigantesco e afroamericano e astronomo. Fin qui tutto bene. Però come vi dicevo Maya è speciale perchè da una ragazzona di un metro e ottanta cogli azzurri che vive a L.A. non ci si aspetta che sia così fragile. E’ bella Maya, da togliere il fiato. Ma si rasa la testa e veste come un uomo, gioca a calcio e disprezza le regole.

Forse è colpa di quella madre che l’ha abbandonata, e che nei suoi sogni di bambina era una principessa azzurra, che la proteggeva dalla Lapponia. Forse è colpa dei suoi nonni, che l’hanno viziata, per timore che diventasse quello che poi, malauguratamente, è diventata. O forse non è giusto dare colpe in giro, che i genitori, si sa, sbagliano sempre in qualche modo, e i nonni, da che esistono come istituzione, viziano a morte i propri nipoti. Ciascuno si tenga le proprie colpe, e così sia.

Fatto sta che ora Maya scappa. Principalmente da creditori e delinquenti e polizia che le stanno alle calcagna come cani rabbiosi. Scappa pure da un nemico più pericoloso ed invisibile, sì da se stessa, dalle droghe, dai rave, dai farabutti, dalla delinquenza e da tutte quelle cose che dovrebbero mettere in guardia una ragazzina fragile come lei e che invece sono tanto affascinanti.

E per arrivare a se stessa scavalca monti e mari e arriva in un eremo del mondo, in un’isola dimenticata da Dio e dagli uomini (e dalle istituzioni). Eppure sarà proprio lì, immersa nella natura, che ritroverà entrambi, senza nemmeno accorgersene, in un colpo solo.

Isabel Allende scrive un libro, edito da Feltrinelli, per la generazione dei suoi nipoti ed è bello come ci ama e ci vizia, come ci abbraccia senza nasconderci che il dolore esiste, ma va sempre perdonato. Maya riempie decine di quaderni, Isabel è la nonna che la protegge e insieme la nipote che si distrugge, la guida che le quieta lo spirito e il cane con cui divide le notti. E’ tutte queste cose insieme e soprattutto è l’isola, la splendida isola di Chiloè dove si lasciano le porte aperte di notte e i poliziotti servono ad addestrare i cani per tirar fuori i cadaveri dai terremoti e non a mettere in prigione la gente e la gente non sa che vuol dire rubare. Redimersi è ancora possibile.

Ad averne di nonne come te, Isabel.