Il mondo capovolto

Terry Gilliam è un visionario e un veggente. Riesce a guardare attraverso un caleidoscopio anche una gita al supermercato, sa applicare una bolla fish-eye al più comune degli eventi. I suoi film sono come le notti del dopo-sbronza, inquietanti e magici, quando sei sicuro di stare sognando ma in cuor tuo vorresti che fosse proprio quella la realtà. Non c’è da stupirsene, visto che è stato l’unico membro americano dei celeberrimi Monty Python!

Terry è colto, ma di una cultura anarchica, è intelligente, ma di una intelligenza da schizofrenico, è poetico ma di una poesia da sobborgo urbano, è eccentrico, ma di una eccentricità alla Salvador Dalì. Insomma, adorabile. Dopo quel capolavoro indiscusso di Brazil, dopo essere riuscito a render brutto anche Brad Pitt in L’esercito delle dodici scimmie, dopo averci fatto venir voglia di provare ogni sorta di stupefacente in commercio in Paura e delirio a Las Vegas, nel 2005 Terry gira questo piccolo gioiello, passato quasi sotto silenzio a pubblico e critica, ma di una forza visiva straordinaria. Perciò, se all’epoca ve lo siete perso come me, rimediate.

Tipico esempio della poetica autoriale di Gilliam, il film vede una bambina al centro della trama, Jeliza Rose, madre tossicodipendente, padre ex rocker sdrucito e fallito, anche lui eroinomane. Come poteva andare a finire? I due muoiono l’uno dopo l’altra, la bimba attraversa indicibili sofferenze dalle quali sarà in eterno segnata. Invece no, perchè c’è Gillian a dirigere. Alla morte dei genitori, Jeliza intraprende un viaggio, dentro e fuori di sè, nel suo cervello di bambina c’è un mondo, popolato di presenze inquietanti certo, ma talvolta salvifiche, un pò come un Alice nel Paese delle Meraviglie Dark, o un Piccolo Principe delle Tenebre, fatto sta che il mondo è capovolto e gli scoiattoli parlano e le bambole fanno da grillo parlante e gli squali fanno la guardia come dobermann alla ferrovia abbandonata.

Gilliam è quella bambina, preferisce fare un film sulla fantasia che sullo squallore, preferisce immaginare un mondo in cui gli innocenti sono consolati invece che desolati, dove è più terapeutico allucinare la realtà che accettarne la durezza e il menefreghismo. Nel cast un come al solito splendente Jeff Bridges, pionere di quel non-luogo dove la piccola Jeliza andrà ad abitare, placando il proprio dolore con un cacciatore di squali, in un film a tratti scioccante ma che di certo, in un senso o nell’altro, non può lasciare indifferenti.

Il contrasto tra la luminosità delle scene, la brillantezza dei colori e il tono emotivo di una favola che parrebbe estrema e cupa, racconta l’idea di vita del regista Gilliam, la perentoria dichiarazione che sia impossibile giudicare, perchè nessuno può dire mai con assoluta certezza quale dei due mondi che frequenta, dentro il buco nero del cervello o  fuori di sè, nella quotidianità agghiacciante del tempo, sia più vero. Da guardare con gli occhi puliti di un bambino.

Nel mondo a testa in giù anche i sogni sono reali.