di Georges Simenon

Se scopriste che la persona con cui condividete la vostra vita vi tradisce con qualcuno che incarna tutto ciò che più invidiate, che più detestate, cosa fareste? Per la vita fatta di scelte obbligate, di indecente routine di Hans Kuperus, anche questa domanda trova risposta in un automatismo. Prendere un treno, il solito, scendere alla medesima fermata, salutare il controllore, e poi per una piccola, minuscola incrinatura, farlo nel giorno sbagliato, per esempio un martedì invece che un mercoledì, e non il solito caffè, ma un caffè corretto col gin perchè fa freddo, dentro, fuori ovunque. Freddo come un virus, come una morte che incombe. Così saltar giù dal treno in corsa, una macchina da guerra, due colpi, il silenzio di un lago ghiacciato, è tutto finito, è tutto finito.

Chi dice che ci vuole coraggio per uccidere qualcuno. Due colpi. E la vergogna svanisce, e si è fieri come un dio. Del resto se lo meritavano. Ora c’è il coraggio per qualunque cosa: recitare la parte del vedovo affranto, andare a letto con la domestica che si temeva di sfiorare, cercare un posto di prestigio all’interno di quel club del biliardo in cui fino ad allora non si era nessuno. Un’infinità di scelte. Dov’erano fino ad allora tutte quelle alternative? Nascoste sotto la neve, sotto il lago ghiacciato dove sono sepolti quei due cadaveri abbracciati. Era tutto finto. La donna che credevi d’amare t’ingannava, le regole della società non funzionano. Un bicchiere di vino, mai due, due non sta bene. Le visite dei vicini. La disponibilità coi pazienti. Svegliarsi alle quattro del mattino per far partorire qualcuno. Perchè?Non c’è niente di vero, solo il calore del corpo di Neel la domestica, e nient’altro.Meglio essere un assassino allora, che un ipocrita.

Eppure qualcosa non torna. Quegli sguardi. Forse sanno qualcosa. Forse sul volto compare quell’ombra, l’ombra della morte. Che cosa pensano? Che cosa diavolo pensano dietro quell’aria di rispettabilità, perchè non lo dicono mai? Bisogna scuoterli, indignarli, portarli allo scoperto.

Questa è la storia di un’ossessione. Simenon descrive l’ipocrisia borghese e i suoi tranelli con una lucidità che toglie il fiato. L’escalation di paranoia del protagonista che s’illude di poter ricominciare una vita dopo un delitto, e che invece incontra solo la punizione, il giudizio di coloro che lo rispettavano solo finchè si manteneva nell’invisibilità, quando era uno di loro, quando non dava scandalo, una “persona perbene”. Assediato, accerchiato, prima ancora di essere un criminale, per la diversità di colui che contravviene alle regole, spezzando l’accordo delle apparenze. Come in un film di Hitchcock, come in un romanzo di Allan Poe, la discesa all’inferno del protagonista ha un ritmo serrato, in cui tutto si stringe attorno alla sua gola, facendone prima il carnefice e poi, immancabilmente, la vittima.

Un vero e proprio viaggio dentro la mente dell’uomo, indaga cosa succede quando qualcosa si spezza, un minuscolo ingranaggio smette di funzionare e porta alla rovina, in ogni caso, di una vita perfetta nella sua falsità o di una vita terribile e crudele perchè troppo vera.

Simenon, il genio del noir, è un esperto in questo. Ti mostra un giorno di ordinaria follia come un regista, descrivendo a parole l’atmosfera cupa che si riflette a grandangolo su un pregiato bicchiere di vino, lasciato in un angolo, lì dove non era mai stato. Adelphi pubblica un libro scritto nel 1935, che è tuttavia eternamente attuale, poichè sbircia dietro le tende delle nostre solitudini, spingendo a chiedere a noi stessi: sarei saltato quel giorno giù dal treno?