Il re Abdullah Bin Abdulaziz al Saudha, monarca saudita, lo scorso 25 settembre, ha riconosciuto alle donne saudite il diritto all’elettorato attivo e passivo a partire dal 2015, in occasione delle elezioni dei consigli municipali, unico momento in cui nel Paese è riconosciuta la consultazione popolare.

Le donne, dunque, potranno avere accesso al consiglio della Shura (al consiglio consultivo).

Un re all’avanguardia, penseranno in molti, considerato che l’Arabia Saudita è il Paese in cui vige la forma più estremista del wahabismo, di quel movimento fondamentalista caratterizzato da un rigorismo morale estremo che vieta la democrazia, un Paese in cui vige la Sharia (legge divina), dove l’islam non è solo religione, ma anche legge di stato che si presta molto spesso ad interpretazioni forzate e distorte sino a danneggiare gli uomini e le donne: in Arabia Saudita le donne non possono guidare le auto, non possono lavorare se non con il consenso del capo famiglia e sono costrette a camminare per strada con il volto e con il corpo completamente coperti dal niqab.

Il Re Abdullah Bin Abdulaziz al Sahuda, il monarca democratico? Certo che no, è solo uno dei tanti. Nel 2004 il re Mohammed VI, monarca marocchino, aveva emanato la nuova Moudawana, il nuovo codice di diritto di famiglia che ha sancito l’uguaglianza formale tra uomo e donna. Insomma, il re saudita non è certo un rivoluzionario, ma gli dedichiamo comunque una standing ovation, gli riconosciamo il merito di aver garantito il diritto all’elettorato alle donne e ci auguriamo che nel 2015 le donne possano raggiungere i seggi elettorali alla guida delle proprie auto, senza niquab, con i capelli in balia del vento; soltanto allora si potrà parlare di democrazia, di pari opportunità e di avanguardia.