The Avett Brothers: I and Love and You – Recensione

Premetto che è difficilissimo. Sono reduce da un mese di stop (cosebellemente parlando), da 14 giorni di ferie (lavorativamente parlando) e dalla cosa che ha sconvolto e risconvolto la mia vita nel giro di una manciata di settimane. Sono reduce da tutto ciò, con la penna che arranca, una discreta tintarella, uno spavento che mi accompagna per i secoli a venire. Dover essere costretti a guardare al proprio futuro in un modo diverso da quello che si era programmato mi è tornato utile, ora che è tutto passato. E’, fondamentalmente, la fase in cui te ne sbatti di tutti e sorridi da sola quando camminando per strada senti note conosciute uscire dalla radio di un bar, quando ti fermi ad accarezzare il cane di un estraneo, quando vuoi amore ad ogni costo, causando parecchi feriti. Sarà che ora mi sento vecchia dentro (nel senso positivo del termine) e consumo folk ed acoustic quasi quanto i documentari di Rai5. Niente di nuovo, baby, è che questa volta si va negli U.S.A., diciamo ciao ciao a quell’accento così posh ma che ci piace tanto, per sorridere a denti stretti al suono di quell’inglese tutto loro, con l’ulteriore differenza che questa coppia di fratelli sembra andare d’accordo (comunque The Death Of You And Me di Noel è p.o.e.s.i.a.) ed in modo soprendentemente creativo decidono di chiamare la loro band The Avett Brothers. Suonano un sacco da sempre e tanta bella roba ma della biografia si occuperà qualcun altro (e dovrete comprarvela a prezzo pieno, o quasi) quindi vi parlo dell’ultima fatica: I and Love and You (2009), che in italiano non rende perché in lingua originale ha un doppio significato stupendo. Suonano folk, vi dicevo. I Mumford and Sons continuano ad essere destinatari continui del mio amore ma da oggi senza poche riserve, perché una volta che conosci i fratelli Avett niente è più come prima. Un disco come I and Love and You non è di quelli che devi riascoltare per farteli crescere dentro (= farteli piacere), conquistano al primo ascolto. E’ una sorta di valeriana che per quanto naturale e leggera crea comunque dipendenza.

L’album si apre con la title-track, ballata con piano ed archi in risalto, un Seth Avett spontaneo e fiero a ricordare vocalmente il collega albionico Johnny Flynn. Con un esordio melodicamente in sordina, si prosegue nella stessa linea con January Wedding, dichiarazione d’amore american style. Il pezzone, il singolissimo non si fa attendere, 10 gradini in più rispetto agli altri brani del disco, Head Full Of Doubt/Road Full Of Promise (qui il videoclip meraviglioso) è anche la canzone con cui la band si esibì ai più recenti Grammy Awards, assieme a Mumford and Sons (ah!) e Bob Dylan. Cercando di mantenere alto il livello di attenzione dell’ascoltatore, seguono And It Spread e A Perfect Space, movimentate e catchy, buoni pezzi pop, che se non ci riescono loro, che sono cresciuti a pane e country pop. Ten Thousand Words sembra appena uscita da uno di quei film tipo Jerry Maguire, voci sovrapposte e corde pizzicate come se piovesse, epilogo quasi prog (nel suo genere) ed io ci ho trovato anche i Turin Brakes di The Optimist. I fratelli di Concord (Carolina del Nord) sanno anche essere scanzonati e lo dimostrano con Kick Drum Heart, un piano jinglesco e percussioni che giocano col titolo della canzone. Laundry Room parte stanca ed apparentemente noiosa, salvo riprendersi con un finale à la Hobbiton, festosa e ricca di violini. In tredici canzoni l’episodio “canzone da celebrazione eucaristica” può anche scapparci, ed eccolo: Ill With Want. L’ultima parte del disco è quella più scatenata, che a malapena sembra di ascoltare la stessa band dell’inizio, perché dalle serenate siamo passati ai cori che si cantano con i parenti ad un pranzo di nozze. Sorpresissima, anche un rap trova spazio in questo tripudio (mai casuale) di generi e stati d’animo, per far finire, giustamente, con il pezzo da accendino dondolante al concerto.